Un grave fatto di cronaca, i suoi risvolti giudiziari e il duro confronto politico che ne è seguito hanno acceso un dibattito pubblico intorno al tema della vendetta. Il caso scatenante...
Un grave fatto di cronaca, i suoi risvolti giudiziari e il duro confronto politico che ne è seguito hanno acceso un dibattito pubblico intorno al tema della vendetta. Il caso scatenante merita attenzione, ma l'esito ne merita altrettanta.
Se si accende un dibattito intorno alla vendetta, vuol dire che qualcosa di molto profondo sta succedendo nelle trame portanti della nostra società. Accendere o spegnere una lampadina è una cosa, maneggiare un filo scoperto è tutt'altra cosa.
La sentenza sta ai giudici penali ed amministrativi. La grazia spetta in esclusiva al Presidente della Repubblica. I partiti possono fare proposte ed i cittadini debbono giudicarli per le proposte che fanno. Intanto, però, si discute di vendetta e il caso merita la stessa attenzione di quando a casa ci imbattiamo in un filo della luce scoperto. Non riconoscerlo può costare molto.
Al quarto capitolo del primo libro della Bibbia, Genesi, si legge di Caino, del terribile omicidio di cui si macchia (per invidia uccide il fratello) e della dura condanna che Dio gli infligge. Poi si leggono altre due cose. La prima è che Dio, lo stesso Dio che lo ha smascherato e lo ha condannato duramente, vieta a chiunque di uccidere Caino. La seconda è che Caino ha un figlio, Enoch, e che poi costruisce una città dando a questa il nome di suo figlio. È così che la città, la vita civile, fa ingresso nella Bibbia ovvero nel libro che contiene molto del codice genetico della nostra civiltà (indipendentemente dal fatto che si sia cristiani o no).
La condanna del colpevole non è revocata; l'esecuzione del colpevole è vietata. Questo dispositivo guadagna tempo all'umanità e consente altra vita. Altra vita umana ed una vita di qualità civile.
Si può credere o no in Dio e si può credere o no nel Dio della Bibbia, le cose non cambiano di molto. I tragici greci ed i giuristi romani avevano compreso con i propri strumenti la realtà della vendetta. Anche per loro la vendetta ruba il tempo, non consente altro tempo. Anche per loro la vendetta impedisce la vita civile. Anche per loro la vendetta annulla la giustizia. Con ciò non si nega affatto che a volte il cuore umano possa essere abitato dalla voglia di vendetta. Le pagine dei tragici greci e dei giuristi romani, al pari di quelle della Bibbia, conoscono benissimo e danno voce a moti interiori di vendetta. La riconoscono però come una malattia, come un virus che ammorba chi cede a quegli impulsi.
Vendetta e giustizia si toccano, ma si respingono. La giustizia combatte la vendetta e la vendetta odia la giustizia.
Conviene aver chiaro che quando si discute della linea che separa giustizia e vendetta si sta maneggiando un filo scoperto. Una società è in salute quando quel filo sta sottotraccia e funziona senza dover essere controllato. Quando si comincia a controllarlo è perché qualcosa non va e si rischia grosso maneggiando un filo scoperto in cui corre una altissima tensione. Se non solo in Italia, ma in tutto l'Occidente «civile» si torna a parlare di vendetta, quella vendetta che avevamo bandito, vuol dire che la situazione è dura e difficile. In questo frangente, o tiriamo fuori dalla memoria tutto ciò che siamo stati, o rischiamo di soccombere. Non qualcuno, ma tutti.
L'illusione che il quarto capitolo di Genesi smaschera è che compiendo un gesto di vendetta venga punito il colpevole ed eliminata la colpa. Genesi non ci dice affatto che il colpevole non è colpevole, né nega che si possano provare sentimenti di rabbia. Genesi ricorda che operando vendetta annientiamo noi stessi, distruggiamo la città e rendiamo impossibile la vita.
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