Può sembrare strano al lettore che ci occupiamo di un tema profondo e di lungo periodo nel momento in cui frange di violenti fuori dalla storia pensano di mettere a ferro e fuoco il Paese....
Può sembrare strano al lettore che ci occupiamo di un tema profondo e di lungo periodo nel momento in cui frange di violenti fuori dalla storia pensano di mettere a ferro e fuoco il Paese. La nostra condanna è assoluta, il disegno eversivo va stroncato con risposte esemplari e evitando di farsi ingabbiare in una spirale in cui c'è spazio solo per le battaglie di ordine pubblico che rischiano di alimentare isterie collettive. Servono fermezza e risposte a tutto campo. Proprio per questo rifiutiamo di farci distrarre dalla riflessione su temi strutturali da cui non possiamo prescindere.
Conoscete una grande nazione al mondo che non è orgogliosa di sé stessa? O, peggio, che pensa di essere credibile quando si denigra da sola? Questa è la storica malattia della cultura italiana e si accentua a volte per come ci raccontiamo nei meccanismi internazionali. Anche nella ricerca dove abbiamo un ritardo strutturale, ma facciamo pure cose strepitose. Niente, siamo sempre lì a dire che in casa nostra non funziona nulla, anche con chi avrebbe molto da imparare proprio da noi. Questo vale in molti campi, davvero tanti, inutile elencarli. Se l'orgoglio nazionale è la forma di espressione di uno sbruffone, allora è una stupidaggine. Quando è soddisfazione per quello che di buono si è fatto, allora costituisce un valore positivo perché spinge avanti tutto: l’innovazione, l’economia, il tasso di soddisfazione dei cittadini, la valorizzazione del talento giovanile.
Non era vero che eravamo tornati ad essere il fanalino di coda della crescita europea, ma ci piaceva tanto dirlo e ci sembrava di essere coraggiosi nel ripeterlo solo un paio di mesi fa fino a rendere vera una cosa che non lo è. Che godimento potere tornare a dirlo dopo che dal post covid a oggi non è più stato così, anzi l’esatto contrario! Negli anni dei mari più procellosi della crisi del commercio globale abbiamo superato nelle esportazioni un Paese che ha 122 milioni di abitanti come il Giappone, ma chissà perché ci dà fastidio dirlo invece di esserne orgogliosi. Quasi che affermarlo ci impedisse di essere consapevoli che ci sono salari in Italia ancora troppo bassi nelle microimprese e nei servizi mentre si è cominciato a recuperare potere d’acquisto sia nel pubblico impiego che nell'industria rispetto a decenni di immobilismo e benchè molta strada si debba ancora fare.
La contraddizione italiana negli anni delle grandi crisi, da una parte, è fatta di successi sempre più diffusi, il milione e passa di nuovi occupati appartiene a questi e, dall’altra, di problemi enormi che affondano radici nella complessità del nostro sistema e nelle sue ricorrenti incapacità sistemiche di tenere il passo del mondo che corre per salvaguardare questo o quell'interesse di parte.
Chi punta su un aspetto vede un Paese messo bene, chi punta sull’altro vede un Paese messo male. Nessuno dei due dice il falso, ma tutto dipende dall'ottica con cui ti poni. Se ti metti in quella di valutare il bicchiere mezzo pieno o in quella di parlare solo del bicchiere mezzo vuoto. Le due ottiche vanno compensate invece di opporsi strumentalmente. Fare questo tipo di processo virtuoso vuol dire essere capaci in modo trasparente di raccontare quello che va bene e quello che va male. Ciò che non è opportuno è mentire su entrambi i lati o usare un lato per negare l'esistenza dell'altro.
La politica che piace a noi è questa: mentre si fa carico di quello che non va, sottolinea ciò va che bene. Mentre registra ciò che va bene, non dimentica ciò che non va e opera di conseguenza. La maggioranza e le opposizioni dovrebbero attenersi a questa regola di virtù sistemica e spenderla, ad esempio, per combattere in modo unitario sempre di più l’evasione fiscale. Mentre noi tendiamo a una polarizzazione. Per cui chi vede un aspetto riduce tutta la realtà a quello e ignora totalmente l’altro. Soprattutto non si riesce a connettere le due cose. Perché quello che va bene deve mettere risorse per favorire quello che va male e quello che va male deve cambiare registro per restituire con maggiore crescita a chi va bene e gli sta dando una mano. O la politica accetta questo diverso modo di pensare o continua a farsi del male e ci indeboliamo nei confronti dei nostri concorrenti. Siamo in un mondo dove la forza diventa pericolosamente un principio guida della politica internazionale e lo strapotere delle big tech rappresenta un rischio reale per le democrazie. In questo tipo di mondo rinunciare all’orgoglio che fa sistema e crogiolarsi nella autodenigrazione quotidiana è come dire agli altri: venite qui, e sbranateci. Giochi pericolosi da bandire.
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