Gentile Direttore,
c'è un tratto profondamente radicato nel nostro carattere nazionale, una sorta di abitudine a rappresentarci peggio di ciò che siamo. È una tendenza...
Gentile Direttore,
c'è un tratto profondamente radicato nel nostro carattere nazionale, una sorta di abitudine a rappresentarci peggio di ciò che siamo. È una tendenza che attraversa il tempo e che spesso finisce per oscurare la realtà dei fatti. L'editoriale di Marco Fortis su Il Messaggero di ieri, puntuale e prezioso come sempre, ci ricorda però che l'Italia non è affatto quel Paese immobile e sconfitto che una certa narrativa di parte vuole descrivere.
La crescita italiana del 2026, come ricorda Fortis, si sta dimostrando superiore alle stime iniziali. Nonostante il quadro generale resti prudente, la nostra economia mostra un incremento reale che va oltre le previsioni più caute. Il dato del primo trimestre è già più alto di quanto indicato all'inizio dell'anno e diverse analisi internazionali, come quelle dell'Economist, collocano l'Italia addirittura davanti alla Germania. Non è un risultato trionfale, ma è sufficiente a smentire l'immagine di un Paese sistematicamente ultimo e irrimediabilmente fermo. Certo, è indubbio che se allarghiamo lo sguardo e l'analisi all'intera Europa, il quadro diventa più complesso. L'Unione, con Parigi e Berlino in testa, continua a registrare una crescita asfittica, spesso inferiore alle attese e comunque ben distante dalle performance delle grandi economie globali. È un problema comune che richiederebbe risposte comuni, politiche economiche e fiscali che sappiano anche sostenere e valorizzare gli attori primari della crescita che restano le imprese.
Anche perché negli ultimi anni l'UE ha visto indebolirsi la propria capacità di esportare. Le quote di mercato globali sono diminuite, la crescita dell'export è rimasta inferiore a quella di Stati Uniti, Cina, Corea del Sud e India. Certo, l'Europa esporta ancora molto ma relativamente meno rispetto ai concorrenti globali, e questo rallentamento incide sulla crescita, sulla produttività e sulla possibilità di generare lavoro qualificato.
Eppure, anche in questo quadro, l'Italia rappresenta una eccezione positiva. Come ricorda Fortis, nell'anno corrente il nostro Paese ha superato il Giappone nelle esportazioni, un risultato che nasce dalla flessibilità della manifattura, dalla forza delle PMI, da una diversificazione settoriale che rende il sistema produttivo italiano più resiliente rispetto ai grandi colossi europei e, bisogna riconoscerlo, da una diplomazia economica, che grazie all'impegno del Ministro Antonio Tajani, è finalmente efficace. Questo dimostra che quando lo Stato accompagna chi produce, i risultati arrivano.
Questa resilienza italica, che tendiamo spesso a nascondere e non raccontare, dovrebbe spingere anche l'Europa a una riflessione profonda. La crescita non è un dettaglio tecnico, è il motore del futuro del continente, il termometro della sua capacità di competere e di affermarsi come attore globale. L'Italia sta facendo la sua parte. Ora serve che la faccia anche l'Unione, abbandonando l'ossessione per il rigorismo e riscoprendo il valore dell'impresa, dell'industria e dello sviluppo.
Ma in attesa che l'Europa si ridesti, ciascuno deve fare la propria parte. Per l'Italia la priorità sono i salari, il vero tallone d'Achille della nostra economia. Siamo l'unico grande Paese europeo in cui, da oltre trent'anni, le retribuzioni reali sono rimaste sostanzialmente ferme. Per invertire questa tendenza abbiamo iniziato a intervenire con strumenti mirati, come il decreto Primo Maggio, che riduce il cuneo fiscale e contributivo e aumenta il netto in busta paga, rendendo più competitivo il salario di ingresso. Proseguendo su questa strada, dobbiamo però rafforzare l'attenzione verso le fasce più giovani. Perché se le retribuzioni di ingresso non diventeranno competitive, continueremo a perdere talenti che scelgono di andare altrove. Servono quindi interventi mirati agli under 30, già nella fase dello studio. Per questo Forza Italia sta predisponendo un pacchetto di misure, parte di un disegno che mi piace chiamare "Libera Italia", che mira ad introdurre il "reddito di merito" per gli studenti capaci e meritevoli e prevede, tra gli altri, un intervento che azzera l'Irpef per i giovanissimi, così da garantire stipendi competitivi rispetto ai Paesi europei dove le retribuzioni iniziali sono più alte.
È la nostra visione del futuro, l'idea di un'Itlalia che lavora per migliorarsi e rafforzare la propria competitività; la stessa direzione che dovrebbe imboccare l'Unione Europea, lasciando alle spalle il rigorismo che l'ha frenata e riscoprendo la centralità della crescita.
*Presidente dei Senatori di Forza Italia
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