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Il commento/Quella cultura dell?odio da fermare

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

La tragedia di Berlino non ci deve tramortire. Tanto la risposta deve essere ferma, quanto essa deve essere lucida e coerente. Deve essere coerente con quello che siamo, e con il meglio di quello...

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La tragedia di Berlino non ci deve tramortire. Tanto la risposta deve essere ferma, quanto essa deve essere lucida e coerente. Deve essere coerente con quello che siamo, e con il meglio di quello che siamo, ciò che coincide esattamente con l’oggetto dell’odio del terrorismo anti-occidentale.

I. Il singolo terrorista, il criminale che agisce da solo, ha un vantaggio che non si può annullare. Una grande società lascia spazi di azione che nessuno può eliminare, neppure il controllo di cui è capace la peggiore tirannia. La sicurezza assoluta non esiste e chiederla significa enfatizzare le minacce e gli attacchi terroristici. Dobbiamo ricordare che l’attentato del singolo terrorista può sempre avvenire e solo ricordandolo possiamo lavorare per realisticamente ridurne la probabilità. Sposare l’utopia di una società sicura al 100% significa concedere un vantaggio all’avversario. Il terrorismo è un avversario che non merita vantaggi, vantaggi che fatalmente aprono le porte alle giustificazioni.

II. I rischi che corriamo dipendono anche dalla libertà in cui abbiamo scelto di vivere. È proprio questo ciò che ci rende diversi ed odiati da chi non ama la libertà (tranne che per se stesso, ovviamente). Se rinunciamo alla nostra libertà ed anche ad una sola delle sue istituzioni, guadagniamo pochissimo: anche in Russia, in Cina o in Iran avvengono attentati. Guadagniamo pochissimo ed invece perdiamo tantissimo.

III. La libertà e la sicurezza sono inseparabili: una ragionevole sicurezza è una delle condizioni essenziali della libertà. Dieci anni fa, giusto il 26 Luglio del 2016, un islamista radicalizzato sgozzava di fronte all’altare della messa appena conclusa padre Jacques Hamel, il parroco ottantenne di Saint-Étienne-du-Rouvray, vicino a Rouen, in Francia. La strage di Berlino, di matrice simile, ha colpito coloro che partecipavano ad un Gay Pride. Dobbiamo avere la lucidità, la coerenza, il coraggio e la dignità di dire che non fa alcuna differenza. L’unico limite che la libertà tollera è quello dell’ordine pubblico. All’interno di quel limite, di fronte al terrorismo non vanno accettati ulteriori distinguo. Altrimenti i terroristi non vincono, ma noi abbiamo già perso.

IV. Tradizionalmente la sicurezza aveva due ambiti piuttosto distinti. La sicurezza esterna, la difesa, e la sicurezza interna, la polizia. Oggi le differenze si sono radicalmente ridotte. I nemici stanno attaccando le democrazie da fuori e da dentro. I nemici sono gli stessi, sia che facciano la guerra sia che da terroristi colpiscano nascosti dietro abiti civili. Il contrasto non può essere immaginato dalla opinione pubblica come qualcosa che viene realizzato sui due fronti, quello esterno e quello interno, in due modi indipendenti l’uno dall’altro. Scandalo e sorpresa per queste novità sono fardelli di cui dobbiamo liberaci. Abbiamo i mezzi ed abbiamo soprattutto buone ragioni per resistere rimanendo diversi. Dobbiamo però esserne consapevoli. Ci sono pigrizie mentali, brutte abitudini, indolenze ed analfabetismi civici di ritorno che vanno individuati e divelti.

V. Tradizionalmente la sicurezza interna e quella esterna erano concepite localmente. Un paese badava al proprio esercito ed alla propria polizia. Oggi globalizzazione significa che non è realistico difendere libertà, diritti e democrazia come se alle sfide mortali portate alla libertà, al diritto ed alla democrazia ciascun paese fosse esposto singolarmente. La guerra che ci muovono da dentro e la guerra che ci portano da fuori ci insegna che possiamo difenderci solo insieme, innanzitutto come europei, possibilmente come occidentali. I primi a sperare che questa difesa abbia successo sono la maggioranza di quegli esseri umani che si trovano a vivere sotto quei regimi che prima ancora che colpire noi schiacciano i propri concittadini.

Le signore ucraine che a primi prigionieri russi, criminali invasori, offrivano il tè ed un cellulare per chiamare a casa e dire che erano vivi ci insegnano una cosa ancora più grande di quelle appena ricordate, e cioè che per difenderci da chi ci attacca perché siamo liberi l’unica cosa che non serve è l’odio.

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