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L'editoriale/Un barlume di risveglio per lo spirito europeo

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

Sarà che la goccia delle critiche un po' alla volta ha scavato la pietra. Sarà che Ursula von der Leyen ha iniziato a comprendere nella sua seconda legislatura, che sarà...

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Sarà che la goccia delle critiche un po' alla volta ha scavato la pietra. Sarà che Ursula von der Leyen ha iniziato a comprendere nella sua seconda legislatura, che sarà giudicata per i risultati concreti che ha prodotto e non per le ideologie astratte che ha applicato. Sarà che la Germania, quella che è stata recentemente qualificata come il malato d'Europa e che ha da sempre rappresentato l'azionista di maggioranza dell'Unione, si è resa conto che è indispensabile un'inversione di tendenza. Sta di fatto che si iniziano ad avvertire i primi timidi segnali che il cambiamento non può più attendere.
Basti considerare alcuni fatti che, fino a qualche settimana fa, non sarebbero stati nemmeno ipotizzabili. L’improvvisa inversione di tendenza tedesca sulla questione Unicredit-Commerzbank, il potenziamento delle funzioni dell'Esma, la decisione di Porsche di abbandonare il mantra dell'elettrificazione, per tornare a concentrarsi sulla produzione di auto sportive tradizionali, segnano un punto di svolta timido per il momento, ma molto significativo.
Una nuova prospettiva nella quale si può leggere sia la volontà di far fronte ad una perdita di capacità, e soprattutto di competenza, industriale fino a poco tempo fa indiscussa, sia il desiderio di combattere il declino economico, e con esso quello culturale del continente europeo. È ormai chiara la consapevolezza che economia e civiltà costituiscono un’endiadi inscindibile. Se non potrà essere garantito il costante sviluppo della prima, ne deriverà che anche la seconda rischierà, prima o poi, per risultare incrinata.
E la Germania, che, volente o nolente, rappresenta pur sempre la comune locomotiva, sembra aver compreso che senza rifornire adeguatamente le caldaie della macchina, questo percorso potrebbe essere abbandonato. E se la politica industriale è il fulcro del benessere degli europei, senza un sistema finanziario adeguato ai tempi l’industria è destinata a regredire.
Ecco perché il buongiorno si vede dal nuovo approccio relativo ai mercati finanziari, che, per potersi sviluppare, necessitano di una vera concorrenza e di dimensioni adeguate per garantire quelle economie di scala che sole ne permettono la robustezza, l’affidabilità e l’attrattività.
Fino a ieri gli interessi corporativi della banca tedesca erano riusciti a costruire un vallum germanicun contro gli assalti italici. Oggi, in realtà, anche grazie alle pressioni della BCE, ci si resi conto che, senza disporre di istituti bancari di grandezza, almeno paragonabile a quelli nordamericani, le nostre imprese non potranno ottenere finanziamenti adeguati - e nel mondo tecnologico attuale servono proprio tanti soldi - per affrontare con possibilità di successo la sfida tecnologica che si è aperta lontano dalle nostre frontiere. È per questo che il Cancelliere Merz ha cambiato idea ed ha aperto il mercato interno. In realtà, forse anche perché senza l’industria italiana, che rappresenta il principale fornitore di semilavorati per quella tedesca, anche quest’ultima ne sarebbe venuta a soffrire.
Un’altra decisione è segno di un’inversione di tendenza rispetto al recente passato. Timida, al momento, ma foriera di uno sviluppo interessante ed essenziale. Ci si riferisce al potenziamento delle funzioni dell’Esma, l’autorità europea di vigilanza dei mercati finanziari. L’idea di unificare i mercati finanziari, come ormai lo sono da anni quelli bancari, era venuta nel 2014 grazie al progetto della cosiddetta Unione dei mercati dei capitali. Progetto che era fallito a causa degli egoistici interessi di alcuni Paesi, spesso non dotati di un adeguato tasso di risparmio interno, che, con la tassazione e con i controlli di minor severità, sono andati attirando le risorse di molti risparmiatori europei. Con la conseguenza che il mercato si presenta oggi frazionato e non in grado di competere con le realtà, molto più agguerrite, di quelli che possono disporre di un retroterra a livello continentale. Affidare maggiori poteri di coordinamento e controllo alla superconsob europea non significa mortificare le Autorità di mercato nazionali, ma, come avviene in campo bancario, creare un vero mercato europeo solido, affidabile e riconoscibile, adeguato per costruire, insieme a quello bancario, un vero secondo pilastro per il finanziamento delle nostre imprese, che hanno tanto bisogno di un crescente flusso di capitale per innovare.
E sarà possibile solo grazie alla creazione di un sistema finanziario che sappia adeguarsi alle necessità dell’industria del futuro, ricostruire, all’interno, settori produttivi abbandonati nell’ultimo ventennio e far fronte alle sfide della deglobalizzazione e del confronto geopolitico in atto.
I primi effetti li stiamo misurando proprio in questi giorni, come detto, grazie al primo ripensamento di alcuni piani produttivi dell’automotive, il settore che ha legato indissolubilmente benessere e democrazia nell’Europa occidentale.
Un timido segnale di aver compreso una verità che per quieto vivere abbiamo finto di dimenticare: per avere successo non serve imitare gli esempi altrui, ma è indispensabile ricavare del passato gli elementi che hanno consentito di essere ammirati ed imitati dal resto del mondo e trarne ispirazione per il futuro. L’european way of life è ancora il tipo di società che tutti vorrebbero avere. Se vogliamo lasciar vivo almeno questo sogno, dobbiamo essere i primi a dargli forza ogni giorno.

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