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L'editoriale/ La politica che non deve parlare alla pancia

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

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È passata come una notizia quasi di colore lo scambio fra Elly Schlein e Giorgia Meloni sull’impegno da assumere di non usare l’Intelligenza Artificiale come strumento di campagna elettorale per costruire false immagini e notizie inventate sugli avversari. Chiaramente ci si rende conto delle potenzialità comunicative di questi mezzi: sia nel costruire in modo credibile falsi messaggi che possono facilmente ingannare un pubblico non abbastanza avvertito, sia anche, più in generale, nell’attirare l’attenzione del pubblico e dei media su ricostruzioni chiaramente artificiali ma narrativamente di qualche efficacia, che richiamano alla memoria stereotipi presenti in subculture molto diffuse (tipico il caso del Vannacci imperatore romano nel contesto del circo-colosseo in cui mette a morte i suoi avversari politici).

Ridotta la questione in questi termini è solo una pur molto apprezzabile concordia fra due leader avversarie circa una regola minima di fair-play: sarebbe stato clamoroso che su questo non si fossero trovate d’accordo e poiché si tratta di due personalità responsabili c’è da credere che non solo rispetteranno da parte loro quanto convenuto, ma che agiranno perché sia rispettato anche dai loro partiti e dai loro alleati. Però la notizia potrebbe fornire l’occasione per ampliare il discorso al problema della demagogia che sta già inquinando i pozzi della politica e che c’è da temere che lo farà ancor più con il progredire della campagna per le prossime elezioni ormai non molto lontane.

La demagogia è un ingrediente facile da impiegare in quelle circostanze, anche se tutti dovrebbero sapere che con essa si scaldano i cuori dei rispettivi pasdaran, ma si allontanano gli elettori che vorrebbero farsi un’idea su ciò che può realisticamente aspettarli nel caso di successo di questo o quel partito o coalizione. Purtroppo nella fase attuale in cui già la mobilità dei votanti è alta, inclusa quella che li tiene lontani dalle urne, è forte la tentazione di tenersi saldi nel consenso almeno i circuiti dei militanti radicalizzati (ma anche di quelli che comunque per tradizione fanno fatica a cambiare campo) e ciò spinge ad accentuare i toni, se non peggio ad esasperarli.

Sarebbe facile partire col ricordare che le smargiassate in campagna elettorale, le promesse impossibili da mantenere, finiscono poi per essere rinfacciate quando dal governo, ma anche, se si è responsabili, dai banchi dell’opposizione, bisognerà fare i conti con quanto è davvero possibile realizzare: significa mettersi con le proprie mani sotto la mannaia della delegittimazione rispetto al proprio ruolo che si svuota se non è sostenuto dalla credibilità.

Proviamo però a metterla sotto un altro punto di vista. La prossima legislatura si presenta con un quadro di gestione a dir poco complicato: ci sarà da tenere insieme la salvaguardia del nostro ruolo in un contesto di politica internazionale difficile (sperando che, con quel che sta accadendo, non diventi drammatico); ci si dovrà muovere affrontando una inevitabile rimodulazione della questione europea, vuoi per il complicarsi con nuove, problematiche adesioni alla UE, vuoi per la crisi che dovranno affrontare in politica interna alcuni paesi chiave; saremo di fronte alle sfide in casa nostra di una politica sociale ed economica che dovrà per forza misurarsi con alcuni colli di bottiglia che sono strutturali e che non dipendono dalle posture ideologiche di chi starà al governo e/o di chi farà opposizione.

Per tutte queste ragioni, che naturalmente potrebbero e dovrebbero essere dettagliate ben più in profondità, la nostra opinione pubblica andrebbe preparata ad affrontare con realismo e responsabilità quello con cui dovrà misurarsi. Non si tratta di immaginare una impossibile convergenza dei partiti in competizione in un generico vogliamoci bene, ma di convenire tutti in un dibattito che metta a fuoco i temi centrali con cui si dovranno, volenti o nolenti, fare molti conti.

Se ci fosse su questi un confronto sui modi diversi di affrontarli e non si ricorresse al solito giochetto retorico di dipingerli in maniera demagogica come facilmente risolvibili solo che venissero affidati ad uno anziché all’altro, l’opinione pubblica accetterebbe come minimo di intraprendere una strada di riforme per passi successivi pagando gli inevitabili prezzi che questo comporta. In più, probabilmente, si potrebbe arrivare a prospettare soluzioni in cui fare una qualche sintesi degli approcci diversi che vengono proposti, evitando così, quanto meno, che ad ogni risultato elettorale si prospetti un ipotetico azzeramento di quanto fatto prima e l’avvio di un percorso sperimentale nuovo.

Un salto di qualità che ci liberasse per quanto possibile dalle spire della demagogia (completamente è purtroppo impossibile) non solo favorirebbe una seria presa in carico dei nostri nodi strutturali che stanno avviandosi a divenire storici, ma rilancerebbe non poco la nostra credibilità e posizione nel contesto europeo ed internazionale.

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