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L'analisi/ Lo spirito civico che serve

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

Non si sono smorzate le reazioni della politica e della pubblica opinione per la drammatica vicenda di Bologna in cui è morto Fakir non si sa ancora se in seguito o in concomitanza con una...

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Non si sono smorzate le reazioni della politica e della pubblica opinione per la drammatica vicenda di Bologna in cui è morto Fakir non si sa ancora se in seguito o in concomitanza con una azione di contenimento di una volante della polizia intervenuta su segnalazione di cittadini a fronte di un comportamento psicotico del soggetto.
Come sempre accade, politici e commentatori analizzano vari aspetti della vicenda, ma ovviamente a far discutere particolarmente è la violenta guerriglia urbana scatenata da gruppi di antagonisti dopo la conclusione di una manifestazione di massa, pacifica, convocata dal sindaco di Bologna Matteo Lepore. Ciò che è sotto esame è se fra i due eventi, fra le due piazze come le ha chiamate Lepore, ci siano connessioni sia pure involontarie.
Per cercare di capire senza cadere né nel giustificazionismo dell’azione del sindaco come fa la Schlein che è la sua capo-corrente e come fanno con più imbarazzo altri membri del PD (a maggio Lepore è candidato per un secondo mandato), né nella riprovazione del suo comportamento sulla base del principio che non poteva non immaginare che gli antagonisti, a Bologna piuttosto radicati, avrebbe approfittato dell’occasione per una manifestazione violenta, occorre esaminare con un po’ di freddezza vari aspetti del contesto.
Il primo è che sfortunatamente l’episodio richiamava all’apparenza quel che era successo a Minneapolis con la morte del dimostrante George Floyd strangolato a terra da un agente di polizia. Quel fatto aveva suscitato enorme impressione anche nella nostra opinione pubblica, sia pure addebitandolo ad un “braccio violento della legge” non estraneo alle pratiche delle forze di polizia statunitensi, ma da noi presente, per fortuna, solo in un numero limitato di casi, peraltro sanzionati sia pure dopo iter processuali complessi.
Queste similitudini spingevano a prese di posizione di una parte delle forze politiche dell’opposizione contrastate da altre della maggioranza sempre pronte a giustificare la polizia a prescindere. Ciò aveva spinto il sindaco di Bologna ad intervenire, secondo le sue dichiarazioni per mostrare responsabilità da parte delle istituzioni e per evitare che altri strumentalizzassero l’episodio così grave.
Ma qui entra in gioco la questione se una manifestazione di piazza, organizzata per essere di massa, poteva essere lo strumento adatto. Infatti bisogna chiedersi quale scopo si voleva perseguire. Quello più che legittimo di pretendere una valutazione rigorosa di quel che era accaduto considerando la conclusione drammatica con la morte di un uomo era già stata ottenuta. Sia la Questura che la magistratura avevano aperto inchieste affermando che si sarebbe cercata la verità senza fare sconti di nessun tipo. Siccome tanto il Questore, quanto i magistrati inquirenti sono fino a prova contraria credibili, si può considerare discutibile che un’altra istituzione come il sindaco mettesse in discussione questi impegni tanto da attivare una piazza che chiedeva giustizia come se questa altrimenti non fosse possibile averla.
Il secondo punto, che richiamiamo per pura analisi logica, è verso chi si indirizzava la protesta. Fino a quel momento e tutt’ora non risulta che quanto accaduto fosse inquadrabile in una vasta azione di polizia, in un programma specifico delle forze dell’ordine. Si trattava dell’intervento di due agenti nel normale esercizio dei loro compiti i quali, vittime anch’essi di una reazione violenta, avevano ritenuto di dover agire in maniera pesante per mettere sotto controllo un soggetto in preda ad una crisi psicotica. Può darsi che abbiano sbagliato metodi, che non siano stati all’altezza della complessa situazione, come può darsi che la situazione fosse così difficile da non poter essere gestita altrimenti: questo andrà accertato nelle sedi opportune in cui si trarranno le conseguenze, ma non coinvolge l’azione complessiva della polizia. 
Chiamando la piazza a manifestare Lepore ha inevitabilmente innescato un inopportuno processo generalizzato alla polizia. Certamente si è cercato di limitare questo approccio facendo pronunciare parole misurate alla nipote della vittima, ma le grida “assassini” e vari cartelli esibiti dalla folla facevano ben prevedere quali sentimenti si erano risvegliati. È per questo che gli antagonisti si sono sentiti spinti a dare loro “una lezione” all’odiata polizia, secondo il tipico modo di pensare di chi ritiene, pur senza fondamento alcuno, di essere l’’avanguardia della rivoluzione (o forse così era un tempo: oggi prevale il meccanismo della violenza per la violenza come nel teppismo dei fanatici sportivi).
Temiamo che il sindaco di Bologna si sia fatto prendere, probabilmente mal consigliato da ambienti che gli stanno intorno, dalla voglia di affermarsi come un grande leader che muove le masse contendendo il dominio delle piazze alle beceraggini di certa destra (a favore di telecamere, ovviamente). Questo è un altro indice del clima avvelenato che domina nel confronto politico in corso: un contesto sempre più pericoloso che impedisce una ripresa dello spirito civico che è costruttivo e cooperativo
Di quello abbiamo bisogno e non abbiamo nessuna nostalgia delle lotte di fazione fra opposti estremismi che aprono il varco su entrambi i lati agli irrazionali estremismi violenti. Tutti dobbiamo alzare il livello di guardia, ma ancor più debbono farlo coloro che rappresentano le istituzioni.

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