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Londra prova a uscire dal tunnel

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

Tutti ricordano una delle più celebri battute di Winston Churchill, quando alla fine della Seconda guerra mondiale perse le elezioni generali e dovette cedere il premierato al leader del...

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Tutti ricordano una delle più celebri battute di Winston Churchill, quando alla fine della Seconda guerra mondiale perse le elezioni generali e dovette cedere il premierato al leader del partito laburista. In quell'occasione, pronunciò una frase fulminante: "una limousine vuota si è fermata davanti al numero 10 di Downing Street ed è sceso Clement Attlee", il nuovo primo ministro. Oggi il nuovo premier laburista Andy Burnham non è certo uno sconosciuto, ma la vera limousine vuota è il suo programma, diffuso solo attraverso l'enunciazione di una serie di obiettivi, più o meno condivisibili, di carattere generale. Con la conseguenza che la loro realistica conseguibilità non potrà non dipendere - il diavolo sta nei dettagli - dalle misure concrete che potranno essere adottate.

Nella sostanza, il programma del nuovo primo ministro si presenta come il tentativo di far compiere a UK una sorta di "rivoluzione europea continentale": abbandonare il principio della libertà di mercato come mezzo di sviluppo economico e abbracciare la via della spesa pubblica.

Per soddisfare i bisogni della popolazione, intende infatti affidarsi ad una estesa applicazione concreta degli strumenti del welfare, che, occorre pur ricordare, fu inventato ottant'anni fa da Beveridge, il padre del servizio sanitario nazionale. Una vera rivoluzione copernicana: oggi, dopo oltre quarant'anni, l'approccio di politica economica della Lady di ferro, Margaret Thatcher, che si basava sullo stimolo dell'offerta, viene spostato a quello del sostegno alla domanda.

L'idea di stimolare la crescita attraverso la deindustrializzazione del Regno Unito per fondarne massicciamente lo sviluppo sulla terziarizzazione e sulla tecnologia non è più vincente dopo la crisi della globalizzazione. Ecco perché nella situazione attuale il reshoring delle produzioni e il ritorno all'industria si presenta come una linea politica molto più accettabile per un elettorato scontento ed impaurito. Il quesito è, tuttavia, come sarà possibile assicurarsi le risorse sufficienti. È difficile pensare che si possa rispettare il vincolo di bilancio grazie ai risparmi che le maggiori spese per il welfare e le commodities - come sono ad esempio gli alloggi popolari - potranno consentire producendo una corrispondente contrazione delle spese assistenziali. Analogamente, come è noto, il promesso decentramento non è neutro sotto il profilo finanziario: tutti gli enti territoriali a cui sono affidati nuovi poteri reclamano sempre i denari necessari.

Conciliare i bisogni con le risorse disponibili non è facile. Tanto più che il nuovo primo ministro ha assicurato il suo appoggio agli interventi di difesa nello scacchiere occidentale e dovrà contemporaneamente far fronte alle spese per la rivoluzione tecnologica, che vede l'Europa nel suo complesso in ritardo rispetto a ciò che sta avvenendo nel resto del mondo.

Quali saranno gli interventi in concreto, al momento non è dato sapere. Ma occorrerà dotarsi di una dose aggiuntiva di prudenza. Tutti ricordiamo la catastrofe provocata quando Liz Truss cercò di attuare una cura da cavallo che si sarebbe dovuta reggere su di un taglio drastico delle tasse. Un domani effetti non molto dissimili potrebbero seguire se schiacciasse troppo l'acceleratore sulla pressione fiscale. Tema sul quale i mercati sono estremamente sensibili, ed in particolare quelli anglosassoni. Tuttavia, come si diceva, la novità più rilevante è il paradosso di cancellare la Manica e passare direttamente a condividere l'approccio socialista delle politiche economiche del nocciolo duro dei Paesi europei, dopo avere scelto esplicitamente di abbandonare l'Unione.

Certo è comprensibile una qualche forma di ripensamento sulla Brexit, visti i risultati insoddisfacenti della separazione. Non sono mancati ostacoli ai commerci con l'Europa continentale e non ci sono stati risvolti positivi per il mercato finanziario di Londra, che si è dovuto piegare alle regole di Bruxelles e Francoforte per esportare i suoi prodotti. Non a caso sta soffrendo un visibile calo di interesse, sottolineato anche dalle imprese che abbandonano la London Stock Exchange. Tuttavia, sarebbe forse il caso di valutare se questo approccio modello "anni '70" relativamente alle politiche sociali interpreti correttamente lo scontento proveniente dagli elettori inglesi. Ma c'è una questione di fondo che dovrebbe preoccupare, non solo gli inglesi, ma tutti gli europei, più dei temi economici.

In questi anni è venuta meno la tradizionale stabilità del sistema politico britannico ed anche il suo storico sistema bipartitico. Sei governi in un tempo così ristretto, maggioranze politiche che si alternano lasciando irrisolti i problemi di fondo, nuovi partiti che si affacciano nell'arena parlamentare senza sostituire quelli preesistenti. A ciò si aggiunge un sistema elettorale che continua a sacrificare la rappresentanza, senza più riuscire ad assicurare la governabilità. Una vera e propria crepa nelle fondamenta culturali e costituzionali della più antica democrazia del mondo, che neanche le rivoluzioni del 17° secolo erano riuscite a scalfire. Questo è proprio il più grave rischio che stiamo correndo. In una fase storica in cui molti iniziano a guardare con simpatia verso i regimi autoritari, che, grazie all'immagine di efficienza offerta, dilagano in sempre più vaste aree del pianeta, tutti vorremmo che la luce che proviene dalla culla della democrazia ritornasse a splendere.

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