Вход на сайт

Просмотр новости

Найдите то, что Вас интересует

Il vecchio John zoppica un po’: Falstaff all’Opera di Roma

Дата публикации: 20-10-2026 11:37:57

VERDI Falstaff L. Salsi, G. Petean, M. Agresta, C. Artaza, V. Urmana, M. Monzò, D. Monaco, C. Bosi, P. Antognetti, G. Sagona; Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma, direttore Michele Mariotti regia Tatjana Gürbaca scene Henrik Ahr costumi Silke Willrett Roma, Teatro Costanzi, 18 ottobre 2026 Male accolto dalla critica dopo la prima ...
The post Il vecchio John zoppica un po’: Falstaff all’Opera di Roma first appeared on Rivista Musica.

Основное содержимое страницы с новостью.

VERDI Falstaff L. Salsi, G. Petean, M. Agresta, C. Artaza, V. Urmana, M. Monzò, D. Monaco, C. Bosi, P. Antognetti, G. Sagona; Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma, direttore Michele Mariotti regia Tatjana Gürbaca scene Henrik Ahr costumi Silke Willrett

Roma, Teatro Costanzi, 18 ottobre 2026

Male accolto dalla critica dopo la prima dell’11 ottobre, il Falstaff di Verdi tornava al Costanzi dopo sedici anni dalle sue ultime rappresentazioni (regia di Zeffirelli, nel ruolo del titolo l’alternanza di Bruson, Pons, Mastromarino e Raimondi). Ora con la direzione di Mariotti, beninteso, un cast assai commendevole e la regia di un nome nuovo per Roma, la turco-tedesca (o quasi) Tatjana Gürbaca. Alla recita cui abbiamo assistito molto ci ha interessato e molto ci ha deluso. La direzione di Mariotti, ad esempio, partecipava d’entrambe le sensazioni. Vi era innegabile una qualità complessiva assai alta: con una perspicacia timbrica sempre viva e una bella gamma di colori, con ritmi pulsanti e brillanti (ma non affrettati, invero), con una scelta più per l’azione che per la meditazione, più per le concrete urgenze quotidiane che per i sogni mendelssohniani. Tuttavia – e questa non era carenza del singolo cantante in scena, ma della concertazione a monte – ci è parso mancare, almeno per i primi due atti, il senso della commedia (così la definisce Verdi stesso): con tutte le sue allusioni, le sue mezzevoci provocanti e i suoi falsetti insinuanti, con le sue parodie del serio (non è tale l’aria di Ford?); con le sue memorie d’un Verdi che fu (l’opera è cosparsa di micro-autocitazioni) ed ora si crogiola in una malinconica, eppur bonaria, luce retrospettiva. Poco ci si divertiva, in palcoscenico e in teatro, a questo Falstaff serioso, un po’ rigido, poco incline a lasciare ai cantanti quello spazio di libertà che qui dev’esser talora borderline con il recitar a soggetto. Tutto però ha preso ala nel terzo atto, a cominciare da un monologo superbamente cantato da Salsi e parimenti contornato da Mariotti. Così come era reso splendidamente il senso di incalzante vorticare degli intrighi, delle ridde notturne, del processone affocato e delirante attorno a Sir John, del convergere di tutto e tutti in quella che Lovro von Matačić chiamava la forma più pacificante della cultura europea: la fuga (e che non aveva bisogno d’esser un po’ gridata da parte di tutti). 

Luca Salsi (Falstaff)

Dell’équipe di voci in campo e della loro eccellenza s’è già premesso qualcosa. Luca Salsi è e resta un baritono di mezzi importanti, di assetto vocale sempre più solido, di prevalente propensione verdiana purché questa voglia dire La battaglia di Legnano come Il trovatore, La forza del destino come Aida. Nelle vesti trasandate eppur nobili di Sir John, ci è parso poco affabulatore, poco cialtrone, in fondo con poche rughe d’espressione nella voce e nell’eloquio. Tuttavia, ribadiamo, il suo terzo atto è stato senz’altro da ricordare. George Petean (già apparso a Roma all’epoca di Muti) è un baritono di non troppo diverse qualità: colore e volume di prim’ordine, canto esemplare: e dunque un ottimo Ford, se non gli si cercano troppo l’ironia e il paradosso. Dave Monaco (per completare il quadro dei principali ruoli maschili) è stato un Fenton giovane e sognante, mirabilmente cantato e per fortuna depurato da quelle leziosità di cui la storia del personaggio non è andata esente. Côté dames, da Maria Agresta ci saremmo aspettati un’Alice più coinvolta in una parte che ha tutto per esser la seconda protagonista dell’opera (per astuzia, fascino, conversazione, canto talora glorioso), ma che alla cantante campana non sembra aver suscitato un feeling particolare. Invece la spagnola Marina Monzù ha portato in scena una Nannetta idealmente assortita con il Fenton di Dave Monaco e generosa di un canto pieno di nuances, di delicatezza, di una freschezza adolescenziale senz’altro accattivanti. A noi e a molti resta da capire perché si sia chiamata a rivestire le ampie gonne di Mrs. Quickly una Violeta Urmana ormai quasi senza voce e lontana mille miglia da tutto ciò (realismo e insieme stilizzazione, per cominciare) che nell’altolocata mezzana di Windsor Verdi ha voluto adunare. Vivace, disinvolta in scena e di buona voce la Meg di Carmen Artaza. Molto decorose le parti di fianco, che nel Falstaff invero sono ben più impegnative che altrove.

E la regia? Domanderanno impazienti i lettori, visto che oggi non c’è recensione che non si diffonda con vastità sugli estri, sui ghiribizzi, sulle invenzioni prelibate dei registi, nostrani o meno che siano. Non diremmo che Tatjana Gürbaca e il suo team di scenografi e costumisti Henrik Ahr e Silke Willrett, ci abbiano né stupiti, né persuasi. Architetture tra il razionale e il metafisico, ora con una (forse) elegante fuga d’arcate, ora con una sorta di torre di Babele girevole e (di volta in volta) accessibile da due porte ovvero impenetrabile come l’abside del Pantheon a Roma. Arredi e costumi d’epoca varia e nell’insieme francamente brutti. Misteriosa la scritta “Milano” onnipresente (non dev’essere il programma di sala a farci capire il palcoscenico!) e risparmiabile lo striscione finale con il motto “Tremate, tremate le streghe son tornate”… A farla breve (che di più non merita) la direzione attoriale dei singoli e delle masse era banalmente allegrotta, spesso confusa, mai corredata né da invenzioni convincenti/divertenti, né dalla percepibilità d’un’autentica riflessione sull’estremo canto del Cigno di Busseto. Il dissenso del pubblico per tutto ciò (alla prima e alle repliche) non era casuale. Applausi abbondanti invece per direttore e cantanti.

Maurizio Modugno

Foto: Fabrizio Sansoni

Схожие новости

#Наименование новостиТональностьИнформативностьДата публикации
1Ad Ancona, l’Elisir d’amore va nel vecchio West010.4119-10-2026
2Sogno, rimpianto, lacerazione: la Rondine e Tannhäuser a Zurigo07.1713-10-2026
3Francesca Pia Vitale, intensa Violetta alla Scala09.1417-10-2026
4Il ritorno di Lucia alla Scala con un’ottima Rosa Feola7601-07-2026
5Orchestra Vibes – Il suono collettivo – Donizetti Opera Festival 08.1919-10-2026
6Le nozze di Figaro eleganti ed egalitarie di Emilio Sagi aprono la stagione operistica genovese05.8821-10-2026
7Il Trittico a Jesi convince a metà05.817-10-2026
8Il trovatore all’Aljafería: il fuoco di Azucena nel cuore di Saragozza5613-07-2026
9Lo Chopin troppo rigoroso di Blechacz alla Sinfonica di Milano010.5319-10-2026
10Benvenuto Cellini à La Monnaie : un hold-up esthétique entre bronze, marbre et néons08.7505-02-2026

Классификация: Культура. Схожих патентов: 0. Схожих новостей: 10. Тональность: 0. Информативность: 9. Источник: www.rivistamusica.com.