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Le nozze di Figaro eleganti ed egalitarie di Emilio Sagi aprono la stagione operistica genovese

Дата публикации: 21-10-2026 06:15:47

Carmela Remigio e Roberto de Candia MOZART Le nozze di Figaro Roberto de Candia, Carmela Remigio, Vito Priante, Daniela Cappiello, Josè Maria Lo Monaco, Sonia Ganassi, Alex Martini, Chiara Maria Fiorani; Orchestra e Coro dell’Opera Carlo Felice, direttore Jordi Bernàcer regia Emilio Sagi scene Daniel Bianco costumi Renata Schussheim coreografia Nuria Castejón luci Eduardo Bravo ...
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Carmela Remigio e Roberto de Candia

MOZART Le nozze di Figaro Roberto de Candia, Carmela Remigio, Vito Priante, Daniela Cappiello, Josè Maria Lo Monaco, Sonia Ganassi, Alex Martini, Chiara Maria Fiorani; Orchestra e Coro dell’Opera Carlo Felice, direttore Jordi Bernàcer regia Emilio Sagi scene Daniel Bianco costumi Renata Schussheim coreografia Nuria Castejón luci Eduardo Bravo

Genova, Teatro Carlo Felice, 18 ottobre 2026

Come molti capolavori del teatro musicale, Le nozze di Figaro possiedono diversi livelli di lettura: c’è senz’altro, ed è imprescindibile, la dimensione della commedia, quella folle giornata che travolge via via tutti i personaggi; c’è, in sottotraccia ma a quanto pare colto attentamente bene all’epoca a Vienna, il fermento sociale che alla vigilia della Rivoluzione francese prorompeva dalla commedia di Beaumarchais, allora di piena attualità (era andata in scena alla Comédie-Française appena due anni prima); c’è anche l’ambizione di andare oltre il “qui ed ora”, incarnata dalle inquietudini e dalla solitudine di Cherubino, dalle malinconie cosmiche della Contessa, dalla promessa di felicità a cui Susanna dà voce nell’Aria del giardino, da un anelito alla riconciliazione universale che emerge in tanti piccoli episodi come sospesi durante l’opera, e perviene poi a piena e indimenticabile espressione nella scena del perdono.

A questa natura per così dire trascendente l’allestimento che ha inaugurato la stagione genovese non ha dato, per vari motivi, una piena risposta. In compenso la dimensione puramente teatrale ha trovato autentico appagamento in una messa in scena lineare e comprensibile, priva di astruserie, in cui una compagine di cantanti interamente madrelingua affrontava recitativi e numeri chiusi con un’eloquenza che rendeva — io credo — del tutto inutili i sopratitoli, anche per i neofiti. Cose che si dovrebbero dare per scontate ma scontate non sono, e che hanno permesso al capolavoro mozartiano di dipanarsi in tutta la sua trascinante forza vitale.

L’allestimento di Emilio Sagi (proprietà del Teatro Regio di Torino, di cui ha inaugurato la stagione 2024/2025; ma ideato in Spagna vent’anni or sono), qui ripreso da Matteo Anselmi, si impernia sulle eleganti scene di Daniel Bianco che, sul minimo comune denominatore di un’ambientazione nitidamente andalusa, differenziano marcatamente la tonalità visiva ed emotiva dei quattro atti; particolare l’ambientazione del primo, in cui, sull’ampia stanza destinata a Figaro e Susanna, si affaccia un’enorme porta con vetrata dalla quale personaggi e comparse curiosano costantemente: le faccende private dei due promessi sposi appaiono letteralmente di dominio comune. La regia è vivace e si prende poche libertà (in un paio di casi assecondate da piccole variazioni del testo cantato), la più importante delle quali è il fatto che “Non più andrai” venga indirizzata da Figaro a Cherubino con la sola presenza di Susanna: una derisione che non è quindi una “recita” per depistare il Conte, ed entra in contrasto con l’“a parte” precedente (“io vo’ parlarti pria che tu parta”) annullandone il senso di cospirazione. Ma sono davvero piccole cose, soverchiate dalle tante che invece hanno funzionato.

Il primo atto

Sagi ha dato spazio anche alla dimensione “sociale” delle Nozze, inscenando un accenno di rivolta da parte dei popolani nel primo atto: ma la vera spinta egalitaria dell’opera è costituita dal fatto che i nobili debbano scendere dai loro scranni e diventare pienamente “parti in commedia”, cospirando al pari o addirittura al fianco dei personaggi di origine popolare o borghese. Questo aspetto, nella messa in scena genovese, veniva assecondato da quello che in teoria costituiva un punto debole degli interpreti del Conte e della Contessa, cioè la carenza da parte di Roberto de Candia e di Carmela Remigio (nei recitativi) di postura e accenti autenticamente aristocratici; compensata però da una notevole vivacità di fraseggio, che ha conferito a entrambi i personaggi una particolare sincerità espressiva (“Dove sono i bei momenti” è stato il numero più applaudito della rappresentazione). Vito Priante (che a Torino impersonava il Conte) era invece un Figaro robusto, rustico ma capace di tenerezza; e Daniela Cappiello prestava a Susanna una bella freschezza e anche efficaci sottolineature espressive, come l’improvvisa serietà a “Se udir brami il resto” nel secondo Duettino con Figaro o il trionfante “l’età!” nel Duetto con Marcellina. Nonostante nella visione di Sagi Cherubino sembri spesso sul punto di far cedere la Contessa, Josè Maria Lo Monaco ne ha incarnato più il lato irrequieto che quello seduttivo o introspettivo; tra gli altri interpreti spiccava la musicalità di Chiara Maria Fiorani (Barbarina), l’eloquenza nei recitativi di Enrico Iviglia (un Basilio “vittima” dell’unico taglio dell’opera, l’Aria del quarto atto) e Stefano Marchisio, incisivo negli irresistibili anapesti e nelle battute stralunate di Antonio.

Jordi Bernàcer ha contribuito a conferire all’opera un passo spigliato, senza concedersi troppi indugi neanche in momenti intensamente lirici come il Duettino dei pini o “Deh vieni, non tardar”; qualche volta ha tenuto i volumi un po’ troppo sostenuti rispetto al canto (ad esempio nell’aria di Bartolo), ma la concertazione era sempre arguta e l’orchestra, bisogna dire, ha suonato benissimo. Vivace e reattivo anche il continuo di Sirio Restani.

L’ultimo atto

Per l’Opera Carlo Felice il momento rimane delicato, e ne sono uno specchio il fatto da un lato di non aver inaugurato la stagione, per il secondo anno consecutivo, con un nuovo allestimento; dall’altro di aver selezionato per il cartellone operistico unicamente titoli del repertorio maggiore, anche se va apprezzata la scelta di presentare opere che a Genova non si vedono da tempo, come I Capuleti e i Montecchi (il prossimo titolo in programma) o L’italiana in Algeri. Gli abbonamenti sono comunque in crescita, e confidiamo che questo possa contribuire a mettere i vertici del Teatro nelle condizioni di studiare le prossime stagioni partendo da posizioni meno “difensive”.

Roberto Brusotti

Foto: Silvia Aresca

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