VERDI La traviata F.P. Vitale, C. Vichi, S. Sugiyama, I. Ayón Rivas, A. Enkbath, F. Pittari, F. Beggi, G. Failla, X. Hyseni, A. Sartori, G. E. Bussolini, Z. Zhang; Coro e Orchestra del Teatro alla Scala, direttore Michele Gamba regia Liliana Cavani scene Dante Ferretti costumi Gabriella Pescucci Milano, Teatro alla Scala, 12 ottobre 2026 ...
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VERDI La traviata F.P. Vitale, C. Vichi, S. Sugiyama, I. Ayón Rivas, A. Enkbath, F. Pittari, F. Beggi, G. Failla, X. Hyseni, A. Sartori, G. E. Bussolini, Z. Zhang; Coro e Orchestra del Teatro alla Scala, direttore Michele Gamba regia Liliana Cavani scene Dante Ferretti costumi Gabriella Pescucci
Milano, Teatro alla Scala, 12 ottobre 2026
Quando l’ho intervistata su MUSICA, lo scorso aprile, Francesca Pia Vitale ha confessato la propria attrazione per il ruolo di Violetta, in precedenza declinato; e, a distanza di pochi mesi, eccola debuttare nella parte proprio sul palcoscenico del Teatro alla Scala che l’ha vista crescere negli anni dell’Accademia. E la sua presenza è sicuramente l’elemento di maggior interesse nelle recite di cast alternativo dell’ennesima ripresa della Traviata nell’ormai storico allestimento di Liliana Cavani (quintessenza dello spettacolo d’opera “tradizionale”, con la sua sontuosità cinematografica).
La prova del soprano campano si rivela di spiccata musicalità: pur con una vocalità a tratti un po’ contenuta, la tecnica solida e l’attento studio del fraseggio le consentono una puntuale espressione degli stati d’animo della protagonista. Ne scaturisce un’intensa adesione emotiva al testo cantato, ben cesellato e arricchito da opportune variazioni cromatiche nelle ripetizioni mantenute in sede esecutiva. La Vitale riesce così a restituire una figura che, pur nella prostrazione, nel dolore e nella disperazione, conserva un animo sempre dignitoso, consapevole del proprio destino ma mai passiva di fronte ad esso; una linea interpretativa che emerge con chiarezza sia in un toccante «Dite alla giovane», sia in un «Addio del passato» di composto nitore.
Al suo fianco, Iván Ayón Rivas tratteggia un Alfredo dal lirismo schietto ma mai eccessivamente spinto, curando con efficacia il fraseggio anche nei passi di conversazione quotidiana. L’intesa della coppia rende i duetti particolarmente perspicui nel delineare l’interiorità dei due giovani: il duettino del finale II è il confronto drammatico tra due ragazzi sensibili posti in una situazione più grande di loro, «Parigi, o cara» uno squarcio di vita che dalla delicatezza sognante del canto sul fiato porta con naturalezza alla dimensione tragica della cabaletta.
Il lungo duetto del secondo atto tra Violetta e Giorgio Germont mette invece in luce la diversità di approccio al testo cantato tra la protagonista e il baritono Amartuvshin Enkhbat. Il solista mongolo sfoggia infatti mezzi naturali imponenti e un timbro di bella pasta, nonché con un fraseggio ancorato alla notazione musicale (e ben tornito in «Di Provenza il mar, il suol»); ma la resa appare piatta sul versante della penetrazione della parola scenica, per la quale forse occorrerebbe una più approfondita comprensione delle sfumature del testo italiano.
Sul podio, Michele Gamba offre una lettura sensibile e rigorosa al contempo, guidando con mano sicura le ottime compagini del Teatro alla Scala. Si apprezzano le atmosfere soffuse e trasognate del Preludio (cui segue un netto cambio di marcia all’apertura del sipario) e la perfetta tenuta del concertato del finale secondo, dove ogni interprete trova l’esatto rilievo drammaturgico ‒ dalla presenza imponente di Germont al rimorso agitato di Alfredo, sino alla sofferenza di Violetta. Principale motivo di rammarico, in un contesto esecutivo di tale rilievo, risiede nella persistenza di parecchi dei consueti tagli di tradizione, che al giorno d’oggi deludono un poco, in specie su un palcoscenico come quello della Scala.
Marco Leo
Foto: Brescia e Amisano, Teatro alla Scala
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