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Lo Chopin troppo rigoroso di Blechacz alla Sinfonica di Milano

Дата публикации: 19-10-2026 13:06:43

PENDERECKI Tre pezzi in stile antico CHOPIN Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in fa minore op. 21 CIAIKOVSKI Sinfonia n. 5 in mi minore op. 64 pianoforte Rafał Blechacz Orchestra Sinfonica di Milano, direttore Dawid Runtz Milano, Auditorium, 18 ottobre 2026 Emozioni più di testa che di cuore nel nuovo appuntamento dell’Orchestra Sinfonica ...
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PENDERECKI Tre pezzi in stile antico CHOPIN Concerto per pianoforte e orchestra n. 2 in fa minore op. 21 CIAIKOVSKI Sinfonia n. 5 in mi minore op. 64 pianoforte Rafał Blechacz Orchestra Sinfonica di Milano, direttore Dawid Runtz

Milano, Auditorium, 18 ottobre 2026

Emozioni più di testa che di cuore nel nuovo appuntamento dell’Orchestra Sinfonica di Milano, caratterizzato da una forte connotazione polacca: polacchi sono infatti Chopin e Penderecki, ma anche i due interpreti, Rafał Blechacz e Dawid Runtz. A chiudere il programma è stata la Quinta Sinfonia di Ciaikovski.

La serata si è aperta con i rari Tre pezzi in stile antico di Krzysztof Penderecki, composti nel 1963 a partire da musiche per il cinema. In questo lavoro il compositore si è allontanato dalle sperimentazioni più radicali della sua stagione d’avanguardia per recuperare una scrittura tonale, limpida e trasparente. Runtz ne ha assecondato il carattere con una lettura misurata, attenta alla chiarezza degli impasti orchestrali.

A seguire, il Concerto in fa minore di Chopin, pagina in cui il pianoforte occupa una posizione preminente e la cui riuscita dipende molto dalla capacità del solista di plasmare il fraseggio e far respirare il canto. Blechacz ha mostrato una notevole qualità timbrica, un tocco preciso e una tecnica sempre salda. Vincitore del Concorso Chopin di Varsavia nel 2005, ha confermato la sua familiarità con questo repertorio, affrontando con naturalezza anche i passaggi più ardui. L’interpretazione è risultata tuttavia piuttosto composta, con un’espressività un po’ troppo vigile per poter valorizzare appieno le sfumature della partitura. Le frasi si sono susseguite con eleganza e i virtuosismi non sono mai parsi fini a sé stessi, ma organicamente integrati nel discorso musicale. Una maggior flessibilità agogica avrebbe donato però più imprevedibilità. E questo si è notato soprattutto nel Larghetto. La bellezza del suono e la cantabilità erano fuori discussione, eppure le frasi avrebbero guadagnato da una maggiore libertà nel respiro e nelle inflessioni. Le riprese tematiche sono rimaste poco differenziate e la melodia si è mantenuta entro limiti sorvegliati, lasciando solo intravvedere tutto ciò che avrebbe potuto offrire. Nel Finale, invece, i ritmi di danza, i richiami popolareschi e la brillantezza dei passaggi virtuosistici hanno favorito il pianista, che ha trovato una sintonia più immediata con lo spirito della partitura. Runtz lo ha accompagnato con discrezione, mantenendo un rapporto soddisfacente fra solista e orchestra, e mettendo in luce anche alcune voci intermedie che a volte possono passare inosservate: come, ad esempio, la pregevole frase del fagotto durante il ritorno del tema principale nel Larghetto o ancora il fagotto all’inizio della sezione di sviluppo del Maestoso iniziale.

Con la Quinta Sinfonia di Ciaikovski, il lavoro del direttore si è fatto naturalmente più impegnativo. Il tema del destino, introdotto fin dall’inizio della sinfonia e ripreso nei movimenti successivi, percorre l’intera partitura, mutando carattere anche attraverso il passaggio dal modo minore al modo maggiore. La sua evoluzione sembrerebbe condurre a un esito trionfale, ma il tragitto è tutt’altro che lineare e lascia aperti diversi interrogativi sul suo significato. Non a caso, lo stesso Ciaikovski aveva espresso dubbi su questa conclusione. Perché risulti convincente, occorre che la costruzione d’insieme lasci emergere le palesi tensioni di ciascun episodio e le tenga unite in un unico slancio. Su questo piano la lettura di Runtz ha dato risultati non univoci. Sul versante sonoro l’equilibrio è stato raggiunto: le voci sono state ben disposte, anche nelle pagine più dense la scrittura è rimasta leggibile e il volume non ha compromesso le articolazioni. Sul versante drammaturgico è mancata invece varietà negli accenti: alcuni passaggi avrebbero richiesto contrasti più netti e una carica meno uniforme, soprattutto nei momenti di massimo conflitto, e il Finale è arrivato senza strappi, ma anche senza la spinta di una tensione accumulata. Runtz è parso talvolta più attento alla definizione dei singoli episodi che allo slancio capace di unirli in un disegno unitario. Ne è risultata un’esecuzione chiara e ben calibrata, nella quale la cura del suono non si è tradotta sempre in un’adeguata intensità espressiva. Meritano comunque di essere segnalate alcune pagine in cui le trame interne sono affiorate con nitidezza: la precisione e la trasparenza dei legni durante lo sviluppo nel primo movimento, il loro ruolo nel sottolineare la riproposta con gli archi del celebre tema del corno nel secondo, e la conclusione dell’Andante maestoso che introduce il Finale.

Tirando le fila del concerto, Rafał Blechacz ha proposto un’interpretazione di Chopin elegante e rigorosa, a tratti un po’ trattenuta, ma decisamente distante da quell’impostazione da salotto che ha spesso ostacolato, se non compromesso, una fruizione più autentica della musica del compositore. Dawid Runtz ha interpretato la Quinta con disciplina, privilegiando la limpidezza del dettato e l’equilibrio sonoro. La sua lettura è apparsa calibrata, ma non ha approfondito fino in fondo le potenzialità di contrasto e di tensione del brano.

Il numeroso pubblico ha accolto gli interpreti con il consueto calore, tipico dell’Auditorium. Da notare, infine, il bis insolito proposto da Rafał Blechacz al termine della prima parte: lo Scherzo dalla Seconda Sonata per pianoforte di Beethoven, eseguito con vivacità e con passo piuttosto spedito, e mai sentito finora come bis, almeno da chi scrive.

Massimo Viazzo

Foto: Angelica Concari

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