La peste suina africana è tornata a pochi chilometri dalla Tuscia, anche se nel Viterbese a oggi non risulta nessun caso. Quattro cinghiali morti sono risultati positivi a Riano, in...
La peste suina africana è tornata a pochi chilometri dalla Tuscia, anche se nel Viterbese a oggi non risulta nessun caso. Quattro cinghiali morti sono risultati positivi a Riano, in provincia di Roma: il primo il 27 agosto, gli altri tre il 31. Il Lazio era stato dichiarato libero dalla malattia nel gennaio 2025 e per quasi due anni non erano state trovate carcasse infette.
Il 2 settembre la Regione, con un'ordinanza del presidente Francesco Rocca, ha istituito una zona infetta a nord della Capitale. Il suo confine coincide con il limite tra le province di Roma e Viterbo, nel tratto tra la Cassia e l'autostrada A1. L'area è tutta in territorio romano: i divieti, come lo stop alla caccia al cinghiale e ai picnic nelle aree agricole e naturali, non valgono quindi nei Comuni viterbesi. Il virus però non conosce confini amministrativi, e la preoccupazione nel Viterbese è tanta.
A pesare, per ora, è anche un altro provvedimento, precedente ai casi di Riano. È il disciplinare, il documento con le regole per la caccia al cinghiale nella stagione 2026/27. Assegna alla provincia di Viterbo il compito di abbattere almeno 11.837 cinghiali, su 38.500 in tutto il Lazio, cioè quasi un terzo. La Regione sostiene che meno cinghiali significhi meno possibilità che il virus circoli, se dovesse arrivare.
L'assessore all'Agricoltura e alla Caccia Giancarlo Righini parla di una gestione "seria e concreta" dei cinghiali, motivata dai danni all'agricoltura e dalla peste suina ancora presente nelle regioni vicine. Il capogruppo di Fratelli d'Italia Daniele Sabatini apprezza un disciplinare che premia le squadre di caccia più efficaci e riduce danni e rischi sulle strade. Sul territorio, il presidente dell'Atc Vt2, Alberto Scarito, ha chiesto ai cacciatori di "selezione", quelli che sparano da soli e su singoli animali, di uscire di più per raggiungere gli obiettivi della Regione.
Gli Atc sono gli ambiti territoriali di caccia, le zone in cui la Regione divide il territorio per organizzare la caccia. Per gli allevamenti che restassero colpiti dalle restrizioni, l'8 ottobre l'Unione europea ha pubblicato un regolamento sui risarcimenti per i danni indiretti. Per ora le indicazioni sanitarie sono: proteggere gli allevamenti dal contatto con i selvatici, non abbandonare avanzi di cibo, non toccare i cinghiali morti e segnalarli subito ai servizi veterinari.
L'Enpa di Viterbo, l'associazione per la protezione degli animali, è contraria e parla di "via libera ai cacciatori". Definisce il piano di abbattimento di massa crudele e inefficace. Secondo l'associazione la caccia collettiva spaventa i branchi, che possono fuggire per chilometri e portare un eventuale contagio in zone ancora indenni, mentre scarponi, ruote dei fuoristrada e attrezzature dei cacciatori possono trasportare il virus. L'Enpa propone di togliere cibo ai cinghiali con una gestione dei rifiuti, di proteggere le colture con recinzioni elettrificate, di creare passaggi sicuri lungo le strade e di studiare metodi per ridurre le nascite senza abbattere gli animali.
Sul fronte degli allevamenti, i numeri spiegano la preoccupazione. Nel Lazio si allevano circa 36mila suini e quasi due terzi, 23.379, sono nel Viterbese, in appena 359 stabilimenti, con una media di 65 capi ciascuno. Un eventuale focolaio in un allevamento viterbese peserebbe quindi sul totale regionale più che altrove.
Il controllo sul territorio spetta alla Asl di Viterbo. Il suo Servizio veterinario gestisce l'anagrafe zootecnica, cioè il registro nazionale di allevamenti e animali, e organizza ogni anno il censimento dei suini: gli allevatori devono comunicare quanti capi detengono e registrare nascite, spostamenti e macellazioni. È su questi dati che si basa la tracciabilità, decisiva in caso di emergenza per capire dove sono gli animali.
Nella Tuscia sono preoccupati anche i piccoli allevatori di maiali allo stato brado e semibrado, che denunciano che le norme anti-peste, a partire dall'ordinanza del Commissario nazionale, penalizzano il loro modello a vantaggio dell'allevamento industriale. Temono la perdita di razze pregiate come la Cinta Senese e segnalano la difficoltà di trovare disinfettanti adatti all'uso sugli animali.
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