C’è una data sul calendario di migliaia di famiglie cerchiata in rosso: il trenta di settembre. Dovrebbe essere questo, infatti, il giorno dell’apertura della piattaforma telematica per richiedere il bonus caregiver, il contributo economico dedicato a coloro che assistono in casa […]
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C’è una data sul calendario di migliaia di famiglie cerchiata in rosso: il trenta di settembre. Dovrebbe essere questo, infatti, il giorno dell’apertura della piattaforma telematica per richiedere il bonus caregiver, il contributo economico dedicato a coloro che assistono in casa un parente con disabilità gravissima. Il condizionale è d’obbligo, visto che quell’appuntamento rischia seriamente di saltare. Il disegno di legge che regola la misura, infatti, è ancora impantanato nei palazzi della politica.

Il bonus caregiver prevede un sussidio mensile che arriva fino a quattrocento euro per chi convive con un familiare non autosufficiente. Per accedere al contributo serve però rispettare un limite economico ben preciso, misurato attraverso l’Isee che non deve superare la soglia dei quindicimila euro. Un perimetro molto stretto che esclude già in partenza molte situazioni di bisogno.
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Il problema, tuttavia, va ben oltre il singolo ritardo burocratico e affonda le radici nella fragilità storica del sistema di assistenza italiano. Chi si assume il compito di accudire un congiunto non autosufficiente si ritrova spesso a colmare le lacune croniche dei servizi territoriali, in un contesto in cui la spesa pubblica per la non autosufficienza resta frammentata e insufficiente. I sussidi spot non riescono a coprire il fabbisogno reale di un’assistenza che dura ventiquattro ore su ventiquattro, lasciando le famiglie sole a gestire terapie, ausili e costi che si alzano sempre di più.

L’Inps si prepara ad aprire le registrazioni, ma la politica rallenta e il sussidio economico resta ancora un miraggio. (Getty Images)
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Ma c’è un ulteriore ingiustizia: dietro le scadenze che slittano e i cavilli burocratici si muove una realtà che ha quasi sempre un volto femminile. Quando si parla di chi assiste un familiare giorno e notte, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di madri, figlie o compagne. Sono loro a farsi carico dell’accudimento totalizzante, trasformandosi nel pilastro su cui si regge l’intero sistema di cura informale del Paese, spesso in totale solitudine e senza alcuna pausa.
Le ricadute sulla vita professionaleQuesta assenza di una rete pubblica strutturata. tuttavia, si abbatte pesantemente anche sulla vita professionale di chi cura. Molte persone, soprattutto quando i servizi diurni o domiciliari sono carenti o inesistenti, sono costrette a lasciare il proprio impiego o a ridurre drasticamente l’orario di lavoro, innescando così una pericolosa spirale di povertà e vulnerabilità economica, in cui la scelta di assistere un familiare si traduce nella perdita dell’indipendenza finanziaria personale.
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Per questa platea silenziosa, l’attesa per l’apertura del portale informatico non è soltanto una questione amministrativa o una data da spostare sul calendario. È lo specchio di una fatica quotidiana che non trova un riconoscimento reale fuori dalle mura domestiche, in un panorama di tutele istituzionali che continuano a mostrare falle profonde e ritardi inaccettabili.
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