Ci sono libri che si leggono e libri che, quasi senza accorgersene, illuminano. Lo zen e l’arte di andare a funghi di Matteo Righetto (Feltrinelli) appartiene alla seconda categoria. Non è un manuale, non è una guida. La ricerca dei […]
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Ci sono libri che si leggono e libri che, quasi senza accorgersene, illuminano. Lo zen e l’arte di andare a funghi di Matteo Righetto (Feltrinelli) appartiene alla seconda categoria. Non è un manuale, non è una guida. La ricerca dei funghi è (ovviamente) solo un pretesto per esplorare la natura e l’interiorità umana. Il vero protagonista è il bosco, inteso come luogo dell’anima, dove imparare a fermarsi, osservare, ascoltare e ritrovare quel dialogo con se stessi che la vita quotidiana, sempre più veloce e rumorosa, tende a soffocare. Da settimane in cima alle classifiche, è il libro da leggere quest’estate.

Scrittore e profondo conoscitore della montagna (é una guida alpina), Righetto, 54 anni, costruisce un manifesto di lentezza e riflessione, senza cadere nella (facile) retorica o nelle (solite) formule del benessere. Lo fa attraverso immagini semplici e potenti, che parlano tanto agli amanti della natura, quanto a chi il bosco lo incontra solo come metafora di un percorso interiore. Ne parlerà a Padova, al Festival della Consapevolezza, il prossimo 20 settembre.
Matteo Righetto: «Il bosco è il cammino della vita»Cosa significa lo zen e l’arte di andare a funghi?
Ci sono quelli che nel bosco entrano solo per raccogliere, come se fosse lo scaffale di un supermercato, e quelli che invece amano il viaggio, l’esplorazione, la ricerca. Per me il cercare funghi non coincide necessariamente con il trovarli. Quello che conta è immergersi nel bosco, perché la ricerca più importante è quella di se stessi. Fin da bambino ho amato il bosco, la sua vita silenziosa, fatta di infinite connessioni tra piante, animali e tutto ciò che lo abita. È un luogo dove ci si perde per ritrovarsi. La ricerca del fungo, imprevedibile e mai scontata, è la metafora perfetta del viaggio della vita. Nasce da una distinzione che, in fondo, racconta due modi diversi di stare al mondo.
Scrive che nel bosco non bastano le guide: serve soprattutto saper guardare.
Esatto. Prima di tutto bisogna fermarsi. Poi osservare. E infine riattivare i cinque sensi. Viviamo continuamente di fretta: mangiamo senza gustare davvero, attraversiamo le giornate senza accorgerci di ciò che ci circonda. Passiamo il tempo a pianificare tutto. Nel bosco tutto questo cambia. Lì impariamo a rallentare, a guardare davvero e a riappropriarci della nostra umanità, che oggi è nascosta sotto tanti veli.
Arriva persino a dire che ogni tanto bisognerebbe smarrirsi.
Sì, perché oggi vogliamo sempre sapere dove siamo. Ma in realtà nel bosco non ci si perde davvero. A volte è bello uscire dal sentiero e lasciarsi sorprendere da ciò che incontriamo. Basta fare pochi passi per cambiare prospettiva: un albero diverso, un capriolo che attraversa il sentiero, una foglia mai osservata prima, un piccolo universo di insetti se ci abbassiamo a guardare. Abbiamo perso l’incanto. Abbiamo perso la capacità di emozionarci.
Nel libro il tempo occupa un posto centrale. Lei riflette sul fatto che continuiamo ad aspettare il momento giusto per amare, cambiare lavoro o iniziare qualcosa, ma quel momento sembra non arrivare mai.
Perché il momento giusto arriva quando siamo pronti, non quando lo decidiamo noi. Con i funghi succede esattamente così: puoi cercarli per ore senza trovarne uno, poi ti fermi ad allacciarti una scarpa e scopri un porcino proprio accanto al sentiero. Le cose maturano. Bisogna avere la pazienza di aspettarle. Lo dico spesso anche alle mie figlie: la fretta di crescere rischia di far perdere il gusto delle cose. Ogni esperienza ha il suo tempo.
E anche gli errori fanno parte del cammino. Sarà a Padova, al Festival della Consapevolezza, dedicato proprio al “potere del fare”, sull’essere consapevoli dell’importanza di ogni azione…
Esistono funghi che sembrano porcini perfetti, ma sono amarissimi. Non sono velenosi, però insegnano qualcosa. Anche nella vita capita di inseguire ciò che crediamo giusto per noi e scoprire, solo dopo averlo vissuto, che non lo era affatto. Sono esperienze necessarie. E la consapevolezza è la chiave per decifrare questi momenti.
Definisce l’andare a funghi anche un esercizio di fiducia.
Sì, perché oggi facciamo fatica ad affidarci. È un problema culturale che vedo crescere. Spero che questo libro possa aiutare a recuperare questa fiducia nella vita e nei suoi tempi.
A un certo punto scrive che il bosco insegna a cercare noi stessi. Anche lei sta ancora cercando?
Molte cose. Ma non le cerco con ansia. Ho imparato che non serve rincorrerle. Continuo ad avere sogni, visioni, immagino sviluppi diversi della mia vita. Alcune cose so bene quali siano, altre le percepisco senza riuscire ancora a nominarle. Se arriveranno, vorrà dire che era il loro momento. Se non arriveranno, forse semplicemente non erano destinate a me.
Anche chi vive in città può riconoscersi in questo percorso?
Quando esco dal bosco e torno tra le persone, immagino che siano come gli alberi. Quella bellezza può esistere ovunque. Ma c’è una parola che considero fondamentale e di cui abbiamo parlato poco: l’ascolto. L’empatia nasce dall’ascolto. Oggi ci sentiamo, ma raramente ci ascoltiamo davvero. Vale tra genitori e figli, tra coppie, tra amici. Recuperare l’ascolto significa recuperare anche la nostra umanità.
Lei, oltre a scrivere, lavora molto anche per educare a un rapporto diverso con la montagna.
Sì. Insieme ai forestali e alle realtà del territorio cerco di promuovere una frequentazione della montagna più rispettosa, più silenziosa, più consapevole. La natura non è un luogo da consumare, ma da abitare con rispetto.
Da dove nasce l’urgenza di scrivere questo libro?
Dal bisogno di offrire uno sguardo diverso in una società che, secondo me, ha un enorme bisogno di ritrovare coscienza collettiva e capacità di visione.