Amava l?Italia, ma a modo suo: «Questo è il Paese di Arlecchino, di Balanzone, di Maramaldo, di Fregoli, di Cagliostro». Conosceva tutto della nostra storia, e la...
Amava l’Italia, ma a modo suo: «Questo è il Paese di Arlecchino, di Balanzone, di Maramaldo, di Fregoli, di Cagliostro». Conosceva tutto della nostra storia, e la raccontava benissimo, ma se ne faceva interprete profondo pur con il suo stile accessibile a tutti. E non si limitava a seguirne lo svolgimento, ci entrava dentro e ne faceva uscire il senso. Questo è stato Roberto Gervaso, oltre che un grande giornalista, un umorista, un amico generoso per tanti di noi e un maestro di scrittura: è stato uno storico, insieme a Indro Montanelli o da solo, di raro acume e di estrema qualità nel costruire gli affreschi e nello scandagliare il personale e il politico dei personaggi. Uno storico, ecco, di tipo classico e non aveva il bisogno di essere accademico. Emerge molto bene, dal film che gli è stato dedicato e che ieri è stato presentato nella Sala Koch del Senato, questo aspetto del mestiere culturale - che per lui era una passione e una missione (laica) - di Gervaso. La parte del film in cui si parla del suo sodalizio con Montanelli - «un grande maestro, ingombrante come tutti i grandi maestri», diceva di Indro - è particolarmente istruttiva. Fedele Confalonieri, una delle personalità intervistate in questo film intitolato “Roberto Gervaso, come si diventa un intellettuale italiano” - dice che «i suoi libri con Montanelli ti spiegavano la storia come se fosse cronaca. Erano diversi, per esempio, rispetto alla grande biografia che Rosario Romeo, sommo storico, dedicò a Cavour. Opera monumentale ma anche pesante». In realtà, Gervaso ha saputo unire, usando la sprezzatura ovvero l’arte di non far pesare tutto il lavoro che c’è dietro l’impegno letterario, l’erudizione e l’estro nella sua ricostruzione dei secoli in cui si è formata e poi si è affermata l’Italia. In questo, nessuno o quasi è mai stato come lui.
«VIZI E VIZIACCI»E il pubblico che ieri nella Sala Koch del Senato ha visto in anteprima il documentario - che è anche animato da scene recitate dal nipote di Roberto e Vittoria che si chiama Tommaso Moschini, 21 anni e interpreta Gervaso da ragazzo - è rimasto chiaramente impressionato, oltre che da tutto il resto, dalla forza con cui il grande giornalista ha saputo essere, senza mai assumere la boria dello specialista, uno specialista nel farci capire che cos’è il Paese in cui viviamo e da dove derivano i «vizi e viziacci», ma anche le potenzialità, della nostra vicenda nazionale.
Si sono riuniti a Palazzo Madama i familiari (la moglie Vittoria, la figlia Veronica, Tommaso l’adorato nipote che salutando i presenti indossa a sorpresa un bel papillon alla Nonno Roberto), gli amici, gli ammiratori, le tante persone che da Gervaso hanno imparato a scrivere, a pensare, a sorridere. E coloro che con lui hanno condiviso tratti di vita e di lavoro.
I NARRATORIE a riprova della stima e dell’affetto che Il Messaggero ha sempre rivolto a Gervaso - che su queste pagine ha scritto per anni e i cui aforismi continuano ad uscire a cura dell’amatissima moglie Vittoria - alla proiezione del film ieri ha partecipato l’editore Francesco Gaetano Caltagirone, accompagnato da Malwina Kozikowska, e molti altri non si sono voluti perdere questo omaggio per voci e immagini a un personaggio. Ci sono un po’ tutti, a cominciare da chi è presente nel film come narratore (Enrico Vanzina e Bruno Vespa), e con loro il senatore Maurizio Gasparri che è stato magna pars nella creazione di quest’opera (co-prodotta da RedFilm e Rai per la regia di Giovanni Filippetto); Paola Severino e Paolo Di Bendetto; il direttore del Messaggero, Roberto Napoletano; Andrea Monorchio; l’ex prefetto di Roma, Pecoraro; l’oncologo Francesco Cognetti; Filippo Patroni Griffi; Attilio Befera l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate; il senatore di Italia Viva, Ivan Scalfarotto; l’economista Marcello Minenna; l’ex parlamentare della sinistra Cesare Salvi. Ed è venuto a fare un saluto anche Fabrizio Alfano, capo ufficio stampa a Palazzo Chigi. Tutti loro e tanti altri. Pier Francesco Pingitore si alza dal suo posto e senza microfono comincia a leggere una lettera diretta al suo amico che non c’è più: «Caro Roberto..., mi mancano le tue battute pungenti e mai volgari. Mi manca la tua gentilezza e generosità e il tuo essere un signore della penna e dell’animo». E ancora Pingitore: «Eri davvero un homo sapiens. Che viveva con talento e con coraggio nell’Italia declinante ma meravigliosa».
Francesco Gaetano Caltagirone con Malwina Kozikowska e Vittoria Gervaso L’IRONIAIl nipote Tommaso introduce la proiezione dicendo poche parole: «Mai avrei pensato di interpretare mio nonno». Sua madre, Veronica, saluta e ringrazia. Sua nonna, Vittoria, è molto emozionata e a lei si deve la determinazione con cui ha voluto questo film. Va sul palco Gasparri e si porta un foglietto: «Questo è l’articolo che Roberto scrisse, sul Messaggero, nel 2017. Parlava di me in maniera molto lusinghiera. E questo elogio generoso di una persona autorevole mi è molto caro. È stato un grande amico Roberto e un grande italiano». Vespa ricorda «i suoi aforismi che continuano a uscire sul Messaggero» e sottolinea la sua «ironia e capacità di sintesi». Poi è il turno di Vanzina: «Un giorno mi telefona e mi dice: Enrico, parliamo della paghetta che mi dà mia moglie Vittoria, 50 euro a settimana. Mi devi aiutare: è in ritardo di tre giorni con il pagamento e io sono alla canna del gas!». Sorrisi in sala. Poi Vanzina entra nella profondità del personaggio e di ciò che lascia: «Ci ha spiegato il Paese in cui viviamo». Proprio così. E spesso ce lo ha spiegato tramite un motto di due righe.
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