Le buone ragioni per interrompere la produzione non stanno solo nella sensibilità, sempre più attenta al benessere animale, dei consumatori. Ma anche nel paradosso del limitato profitto: secondo Lav, le linee realizzate con pelli esotiche rappresenterebbero meno dell'1 per cento del fatturato di un grande gruppo del settore
Sono tradizionalmente sinonimo di lusso: pitone, coccodrillo, lucertola, varano. Le loro pelli così costose, rare e dall’unicità irripetibile sono naturalmente associate all’idea di esclusività. Ma questa idea è davvero ancora compatibile con la sensibilità delle persone, sempre più attente alla provenienza di ciò che indossano, alla tutela degli animali e alla trasparenza delle filiere? Il tema torna al centro del dibattito con il nuovo dossier della LAV, Pelli esotiche – La transizione next-gen a parità di valore, che, analizzato il peso delle pelli di rettile nella moda, chiede ai grandi marchi che ancora le utilizzano di fissare una data per cessare le produzioni. L’obiettivo è arrivare a un’eliminazione graduale e completa entro il 2030, attraverso una transizione verso materiali alternativi.

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Un percorso già intrapreso da diversi brand, come Chanel, Burberry e Marc Jacobs, che hanno scelto di eliminare le pelli esotiche dalle proprie produzioni. Chanel aveva annunciato la decisione già nel 2018, mentre Marc Jacobs ha introdotto il divieto nel 2024.
Anche la distribuzione sta prendendo una direzione simile. LuxExperience B.V. (comprende piattaforme come Mytheresa, NET-A-PORTER, MR PORTER, YOOX e THE OUTNET) ha previsto il divieto di vendita a partire dalla stagione autunno/inverno 2026, con smaltimento delle scorte entro il 2027, ad eccezione dei cinturini degli orologi in pelle di alligatore e coccodrillo.
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Ma la ricerca sui next-generation materials sta diventando parte delle strategie anche dei grandi gruppi. Kering, per esempio, ha fissato l’obiettivo di ridurre del 30 per cento la propria “leather intensity” entro il 2028 rispetto al 2025 e di portare al 40 per cento la quota di materiali alternativi nel ready-to-wear entro il 2035. E le alternative non sono più soltanto teoriche. Nel 2026 Bottega Veneta ha introdotto una collezione limitata di piccoli accessori realizzati con Ephea, materiale a base di micelio (alias l’apparato vegetativo dei funghi) sviluppato dalla startup italiana Sqim e sostenuto dal Material Innovation Lab di Kering.
La richiesta della Lega Antivivisezione arriva dunque in un momento in cui una parte dell’industria ha già iniziato a mettere in discussione l’utilizzo di materiali animali e a investire in alternative: proprio questo, secondo Lav, rende possibile trasformare la rinuncia alle pelli di coccodrillo & Co. da scelta di singoli marchi in uno standard più ampio per il lusso.
La questione riguarda l’idea di esclusività che i brand di lusso vogliono costruire per il futuro. Necessariamente dipendente dall’utilizzo di specie selvatiche e non, piuttosto, dalla ricerca sui materiali, dalla lavorazione, dalla qualità.
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La scelta è invertire una rotta che sempre più persone percepiscono come anacronistica e ci riguarda da vicino. Secondo i dati riportati nel dossier LAV, nel 2022 l’Italia ha importato 580.872 pelli intere di rettile (erano circa 370 mila nel 2018), circa il 42 per cento del totale dell’Unione europea.
Tra queste, oltre 227 mila erano pelli di varano d’acqua. Specie per la quale, sottolinea LAV, non esiste un allevamento commerciale: gli animali da cui provengono le pelli sono quindi catturati in natura. Un elemento che, secondo l’associazione, rende particolarmente complessa la questione della tracciabilità della filiera.

(Getty Images)
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Lo sguardo non deve fermarsi soltanto a ciò che arriva nella vetrina di un negozio sotto forma di una borsa o di una cintura di coccodrillo. Deve puntare a tutta la catena precedente: dalla provenienza dell’animale ai passaggi commerciali, dalla documentazione necessaria per l’importazione alla capacità di ricostruire con certezza l’origine del materiale.
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Tra l’altro – ed è la tesi centrale del dossier – il peso economico delle pelli esotiche sarebbe relativamente ridotto rispetto alla dimensione complessiva dei grandi gruppi del lusso. Secondo una stima prudenziale elaborata da LAV, le linee realizzate con pelli esotiche rappresenterebbero meno dell’1 per cento del fatturato di un grande gruppo del settore. A livello europeo, nel 2022 l’import di pelli e prodotti di pelletteria in pelle di rettile avrebbe raggiunto circa 867 milioni di euro, una quota pari, secondo il dossier, a circa lo 0,2 per cento del mercato mondiale dei beni personali di lusso.
Il punto sollevato dall’associazione è quindi anche industriale: se si tratta di una componente marginale del business esistono margini per sostituirla senza mettere in discussione il valore economico e simbolico del prodotto di alta gamma.
Tra l’altro la filiera delle pelli esotiche comporta una serie non indifferente di obblighi di gestione e tracciabilità. Secondo le stime riportate nel dossier, la sola gestione della documentazione CITES può arrivare a costare tra 100 mila e 400 mila euro l’anno per programma.
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È su questo terreno che LAV chiede quindi ai grandi marchi ancora legati alle pelli esotiche di fare un passo avanti. «Per i grandi gruppi del lusso le pelli esotiche rappresentano una quota marginale del fatturato, ma non dei rischi che comportano», sostiene Simone Pavesi, responsabile LAV Area Moda Animal Free. La richiesta dell’associazione è quindi che i brand fissino «una data, una roadmap e un impegno concreto» per arrivare allo stop alle pelli esotiche entro il 2030. L’agenda proposta prevede diversi step.
La road map proposta da LavEntro il primo semestre 2027: indicare chiaramente su e-commerce ed etichette specie e materiale utilizzato. Avviare almeno un progetto pilota con un materiale next-gen su una linea iconica
Entro il 2028, eliminare le pelli provenienti da animali catturati in natura e pubblicare una road map per la sostituzione progressiva degli altri materiali esotici.
Entro il 2030, completare il phase-out di tutte le pelli esotiche, comprese quelle provenienti da allevamento.
In questo scenario, la domanda non è se esistono materiali alternativi. È se possono diventare la nuova normalità anche per il segmento più alto della moda, e quando.
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