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Omicidio Polizzi, Riccardo Menenti scrive dal carcere: «Mio figlio doveva essere assolto»

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

PERUGIA - «Al quinto grado, cioè la seconda Cassazione, avrebbero dovuto assolvere mio figlio Valerio a seguito di una perizia sulla sua cartella clinica proposta dalla prima...

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PERUGIA - «Al quinto grado, cioè la seconda Cassazione, avrebbero dovuto assolvere mio figlio Valerio a seguito di una perizia sulla sua cartella clinica proposta dalla prima Cassazione, dalla quale emerse che lui non si era mai mosso dall’ospedale Silvestrini di Perugia, in cui era ricoverato dopo la terza aggressione». A scriverlo dal carcere è Riccardo Menenti, oggi 67enne, condannato in via definitiva all’ergastolo per aver ucciso Alessandro Polizzi la notte del 26 marzo 2013 con lo stesso colpo di pistola che ferì la fidanzata Julia Tosti (ex di Valerio) nella sua casa di via Ettore Ricci. Menenti, attualmente recluso nel carcere di Terni, ha preso carta e penna e ha fatto arrivare al Messaggero la lettera per difendere il figlio, oggi 32enne, condannato a 16 anni e mezzo come «mandante morale e materiale» dell’omicidio del rivale, dopo l’aggressione di Polizzi che lo aveva portato al Santa Maria della misericordia.
Una posizione molto controversa, quella di Valerio, inizialmente condannato a 27 anni, perché nel momento in cui il padre aveva aperto e sfondato la porta dell’appartamento di via Ricci era effettivamente ricoverato in reparto in attesa di un’operazione. Ma i pubblici ministeri Antonella Duchini e Gemma Miliani erano riuscite a convincere la corte del concorso nell’omicidio, raccontando dello scambio delle chiavi di casa di Julia avvenuto proprio in ospedale poche ore prima del delitto. A incastrare Valerio sono state le immagini delle telecamere del Santa Maria della misericordia che hanno ripreso Riccardo uscire e rientrare in ospedale per pochi minuti, raggiunto dal figlio in un punto cieco dell’impianto di videosorveglianza. Lì, secondo le accuse, sarebbe avvenuto il passaggio delle chiavi da Valerio - che le aveva da quando era fidanzato con Julia e non le aveva mai restituite - a Riccardo.
Valerio si è sempre dichiarato innocente, ma i giudici non gli hanno creduto - per le immagini ma anche per le intercettazioni in cui discutevano sulla «bella allentata» data alla porta, con le chiavi secondo la procura - anche se la condanna è stata quasi dimezzata. E il padre ha ammesso tutto, tranne di aver portato la pistola (ribadendo nella lettera i suoi dubbi sul dna di Alessandro sull’arma), dicendo di essersi armato solo del piede di porco con cui ha prima finito Alessandro (colpito a un polmone e che fino all’ultimo ha provato a difendersi) e poi ha provato a colpire Julia dopo che la Beretta mod. 34 si era inceppata. 
Ma adesso riprova a sostanziare l’estraneità del figlio. Che dei sedici anni e mezzo ne ha già scontati oltre 13 e già da fine 2024 ha ottenuto la semilibertà, dividendo le sue giornate tra il lavoro la mattina e il rientro nel carcere di Terni per la notte. Ultimamente, per violazione delle prescrizioni, il regime di semilibertà gli sarebbe stato revocato, mentre Riccardo viene raccontato come un detenuto modello e irreprensibile. Nella lettera, tre pagine a quadretti strappate dal centro di un quadernone e scritte a mano, ripercorre i cinque gradi di giudizio. E non dimentica di accusare la «falsa testimone» che raccontò di aver visto Valerio in un compro oro mentre avrebbe dovuto essere in ospedale, ma nemmeno le vicende giudiziarie per cui è stata processata per corruzione (e poi assolta nel 2025) la pm Duchini. La difesa - comprensibile ma fuori tempo - di un padre che ha rovinato la vita al figlio e ha strappato a una famiglia un ragazzo di soli 24 anni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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