Domenica 20 settembre quasi tutti i partiti hanno suonato il ?serrate le fila?. L?eccezione vistosa è il PD, ma ne parleremo dopo. Meloni, Salvini, Conte (già da...
Domenica 20 settembre quasi tutti i partiti hanno suonato il “serrate le fila”. L’eccezione vistosa è il PD, ma ne parleremo dopo. Meloni, Salvini, Conte (già da sabato), e altri a corredo si sono esibiti in interventi, ma sarebbe meglio dire in comizi, in cui hanno dettato più che una linea politica, una rivendicazione identitaria: oltre che un messaggio ai propri elettorati storici, un appello ad andare oltre la loro cerchia puntando sulle angosce che si vedono in molti settori della popolazione. Se poi siano sentimenti così diffusi da mobilitare anche il grande corpo degli astenuti non è così certo: c’è una certa impressione che una parte dei nostri concittadini pur condividendo magari alcune preoccupazioni diano per scontato che tocca farci il callo, tanto non c’è modo di metterci veramente mano.
Di fronte a questa concentrazione di interventi e alla loro durezza non ci si può limitare alla considerazione banale che è iniziata la campagna per le prossime elezioni, perché sono mesi che questo ci viene ripetuto. Oggi conviene chiedersi a quale strategia, o almeno a quale tattica rispondano intemerate come quelle che abbiamo sentito. Perché l’osservatore si pone una domanda inevitabile: in campagna elettorale puntare a consolidare la propria quota di consenso è ovviamente normale, ma poi che si fa se esse non saranno come si suol dire coalizzabili? Se per tenere insieme i propri presunti fedeli di fatto si costruisce una barriera che impedisce l’allargamento?
Sappiamo bene che una cattiva educazione politica fa ritenere che in campagna elettorale si può spararle grosse, tanto poi non è che una volta eventualmente al potere o anche solo in una posizione di opposizione responsabile te ne chiederanno più conto. Le cose stanno solo parzialmente così. Quando si fissano i cosiddetti “paletti” e lo si fa con strepito di trombe come identità non negoziabili, diventa poi difficile costruire quelle alleanze che non per caso si possono definire di “campo largo”. Certo si può sperare di cavarsela con giochetti retorici, con quelle che, per parafrasare una famosa definizione delle bugie, si possono chiamare “spiritose invenzioni”, ma sono trovate che non reggono quando l’oggetto è una stagione politica da costruire, lo si debba fare dal governo o dall’opposizione.
Di fronte al tumultuoso fluire quotidiano della storia (e tutti sappiamo quanto sia e sarà tumultuoso quello con cui avremo a che fare) l’asperità dei famosi “paletti” tornerà sempre in campo: alleati, avversari e osservatori interessati faranno in modo che non ci si dimentichi della loro esistenza, rinfacceranno il loro substrato demagogico, useranno l’appello ad essi per delegittimare e sgambettare chi ne fece orgogliose bandiere identitarie non negoziabili.
Il problema di evitare che nel Paese si diffonda una cultura del muro contro muro è essenziale per consentire la gestione di passaggi particolarmente complessi. Invocare trattativa diplomatica anziché partecipazione al contenimento dell’imperialismo russo (e anche di qualche altro) è una nobile visione, peccato che si scontri con chi di trattare non ne vuole sapere se non dopo avere raggiunto i suoi obiettivi di conquista. Richiedere agli immigrati l’integrazione nei nostri costumi e nella nostra cultura (a cominciare dalla lingua) è ragionevole, ma è un processo che richiede percorsi anche graduali e non imposizioni. Farsi carico del tema della sicurezza di vita è essenziale, ma non si realizza inflazionando il territorio di presidi armati che saranno poi sempre limitate presenze per fronteggiare problemi giganteschi e con tipologie variegate.
Il “serrate le fila” dunque non contribuisce a costruire un contesto che affronti la grave questione della crisi di tenuta di un sistema sociale messo in tensione da contesti molto complessi (come del resto è in quasi tutte le nazioni occidentali). Finisce piuttosto per contrapporsi a tutti i tentativi di ricucire il nostro tessuto, tentativi in cui si stanno impegnando le migliori forze profonde della nazione: dal Quirinale, alla Chiesa e alle comunità religiose, ai politici e agli intellettuali degni del loro ruolo. Non si consolida una nazione percorsa da continue chiamate alle armi da componenti contrapposte che rischiano di diventare semplicemente fazioni politiche.
E qui viene in campo la strana posizione del PD. La sua chiamata alle armi l’ha fatta la segretaria Schlein nel comizio di Reggio Emilia, dunque in anticipo sugli altri, ma con un mordente modesto. Poi non si è più fatta sentire né per chiarire una strategia che andasse oltre l’elenco di problemi da risolvere senza dirci come, né per porre a sua volta un chiaro “paletto” sulla politica estera che include il sostegno alla resistenza ucraina. Ha lasciato che la scena venisse occupata dalla segretaria dei Giovani Democratici, che si è esibita in un discorso da pasionaria delle assemblee delle scuole secondarie (e sì che ha quasi trent’anni, l’età in cui Moro e altri politici come lui lavorarono alla scrittura della nostra Carta costituzionale).
Roba che piace molto ai talk show, ma che non accredita il nostro Paese come produttore di classe dirigente. Eppure dobbiamo fare i conti con questa realtà politica. Non sappiamo se l’impasse attuale sarà risolto più avanti con la chiamata in campo di qualche civil servant di pregio, di qualche sindaco, o di qualche altra figura. Sappiamo che il festival in corso del radicalismo politico non è uno spettacolo educativo.
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