Basi distrutte e arsenali svuotati: il Pentagono studia il taglio delle truppe nel Golfo Persico mentre esplode lo scontro tra falchi e sostenitori del disimpegno a Washington.
L'articolo Basi sventrate e arsenali svuotati: il Pentagono prepara l’addio al Golfo, ma la ritirata si chiama “riassetto” proviene da Scenari Economici.
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La guerra contro l’Iran ha mandato in frantumi il dogma dell’invulnerabilità militare americana nel Golfo Persico. Più di duecento installazioni colpite o rase al suolo, oltre mille missili intercettori consumati per fermare droni e razzi, e una serie di basi storiche ridotte a bersagli indifesi.
Davanti a questa realtà sul campo, secondo quanto riportato dal Washington Post, il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha aperto un dossier che fino a pochi mesi fa era considerato un tabù assoluto: valutare il ridimensionamento della presenza militare permanente nel Golfo Persico.
A Washington, ovviamente, nessuno userà mai la parola “ritirata“. Nel vocabolario felpato del Pentagono, l’abbandono o il forte ridimensionamento di installazioni storiche viene definito “pianificazione prudenziale“, “analisi di postura” o “riallineamento strategico“.
Eppure, quando un esercito decide di non ricostruire le proprie basi distrutte e di arretrare le truppe perché troppo esposte al fuoco nemico, la sostanza militare e politica non cambia: si tratta di un arretramento in piena regola.
La vulnerabilità delle grandi basi e il collasso delle scortePer decenni il dispositivo militare statunitense ha fatto perno su enormi complessi fortificati a ridosso dell’Iran. Il Central Command (CENTCOM) manteneva stabilmente circa 40.000 soldati distribuiti lungo un arco di quasi 2.500 chilometri, da Amman fino alle coste dell’Oman.
Basi gigantesche come Al-Udeid in Qatar, la sede della Quinta Flotta in Bahrein e i grandi presidi logistici in Kuwait sembravano piazzeforti inespugnabili. La campagna bellica iniziata a febbraio ha però rovesciato questo schema tattico.
I droni e i missili balistici di Teheran hanno bersagliato con precisione chirurgica le infrastrutture fisse americane. L’attacco di marzo al porto di Shuaiba in Kuwait, costato la vita a sei militari americani, ha certificato l’estrema vulnerabilità di questi siti.

Al Udeid in Kuwait
Per difendere le proprie forze e condurre oltre 13.000 raid contro il territorio iraniano, le forze armate statunitensi hanno dovuto prosciugare le proprie riserve strategiche. Il lancio di oltre 1.000 missili terra-aria Patriot e THAAD ha svuotato gli arsenali nazionali. Si tratta di munizioni pregiate che l’industria della difesa americana impiegherà anni a rimpiazzare.
Il confronto operativo tra vecchia e nuova postura
| Parametro militare | Assetto pre-bellico | Situazione attuale e prospettive post-belliche |
| Presenza truppe nel Golfo | Circa 40.000 soldati stabili | Ridispiegamento mobile, riduzione presidi fissi |
| Basi colpite o distrutte | Zero (infrastrutture intatte) | Oltre 200 installazioni danneggiate dai raid |
| Scorte missili antimissile | Depositi pieni (Patriot / THAAD) | Oltre 1.000 intercettori consumati, scorte ai minimi |
| Dottrina di schieramento | Presidio avanzato a ridosso dell’Iran | Arretramento verso ovest (Arabia centrale, Israele, Giordania) |
L’analisi in corso al Pentagono, guidata dall’ufficio politico con il coinvolgimento dello Stato Maggiore Congiunto e del capo del CENTCOM, l’ammiraglio Bradley Cooper, ha fatto esplodere una durissima contesa politica all’interno dell’amministrazione Trump.
Da un lato ci sono i falchi interventisti e gli analisti vicini alle lobby pro-Israele, come il Jewish Institute for National Security of America (JINSA). Questa fazione spinge per trasferire uomini e mezzi avanzati direttamente sul suolo israeliano, ad esempio presso la base aerea di Ovda, dove durante l’operazione “Epic Fury” erano già stati dislocati i caccia stealth F-22 Raptor. Questa proposta incontra però una forte resistenza interna. Diversi funzionari del Pentagono temono infatti che allargare la presenza militare in Israele aumenti i rischi di controspionaggio, alla luce dei timori mai sopiti sui servizi segreti di Tel Aviv.
Dall’altro lato si muove il fronte realista e favorevole al disimpegno, guidato da centri studi come Defense Priorities e sostenuto da figure chiave come il sottosegretario Elbridge Colby. La loro linea è netta: gli Stati Uniti non possono logorarsi in Medio Oriente mentre la vera sfida strategica globale si gioca contro la Cina nell’Indo-Pacifico.
Questa corrente chiede la chiusura definitiva delle basi nel raggio di tiro iraniano, come quelle in Kuwait, e lo spostamento delle forze residue verso basi più arretrate e sicure, come la Prince Sultan Air Base vicino a Riyadh.
Il dramma diplomatico delle monarchie del GolfoSul piano geopolitico, il potenziale disimpegno americano lascia le monarchie arabe del Golfo in uno stato di profondo sconcerto. Paesi come Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti hanno basato per decenni la propria sicurezza nazionale sulla protezione militare diretta offerta dagli Stati Uniti.
I governi arabi lamentano di non essere stati consultati adeguatamente dalla Casa Bianca prima dello scoppio della guerra. Ora si trovano con infrastrutture danneggiate, una minaccia iraniana sempre presente e la prospettiva concreta di vedere le truppe americane abbandonare le loro basi storiche. Costruire capacità di difesa autonome o trovare partner alternativi richiederà anni e forti investimenti, in un momento in cui gli USA, fra l’altro, hanno una capacità produttiva insufficiente ai bisogni interni.
L’idea di spostare le truppe americane più a ovest, verso la Giordania o il Mar Rosso, rappresenta solo un palliativo: i recenti attacchi iraniani che hanno ucciso quattro soldati statunitensi in Giordania dimostrano che la profondità strategica non garantisce più alcuna immunità.
La fine di un’era strategica?Le decisioni formali del segretario alla Difesa Pete Hegseth dovranno fare i conti con una realtà ineludibile. La tregua preliminare siglata a giugno da Donald Trump è rapidamente fallita e il proseguimento dei raid incrociati continua a consumare risorse preziose. Il Pentagono non ammetterà mai la sconfitta della propria dottrina di proiezione avanzata. Continuerà a parlare di riposizionamento tattico, flessibilità operativa e rotazioni di contingenti. Tuttavia, la decisione di non ricostruire le basi distrutte e di allontanare le truppe dal Golfo Persico segna la fine dell’egemonia militare statunitense nell’area così come l’abbiamo conosciuta negli ultimi trent’anni.
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