Uno studio pubblicato su Nature Climate Change analizza i piani di 103 città impegnate nella sfida verso la neutralità climatica: il verde urbano potrebbe però non compensare le emissioni. Per raggiungere gli obiettivi serve una profonda decarbonizzazione
Raggiungere la neutralità climatica entro il 2030 è uno degli obiettivi più ambiziosi adottati da numerose città europee. Si tratta di una quota pari a 61 milioni di tonnellate di anidride carbonica all'anno, un volume equivalente all'intera impronta carbonica annuale di una nazione come l'Austria Ma se le città pensano di affidarsi alla rimozione artificiale o naturale della CO₂ per compensare circa un quinto delle proprie emissioni complessive, c’è un problema: anche se gli alberi, il verde urbano e gli interventi di riforestazione possono contribuire ad assorbire anidride carbonica, non possono compensare da soli le emissioni che le città continuano a produrre.
La vera sfida rimane quella di decarbonizzare le città
Il verde urbano occupa un ruolo centrale: il 98% delle città prese in esame considera infatti interventi di rinverdimento e rivegetazione. Ma la quantità di carbonio che queste soluzioni possono realisticamente assorbire sarebbe molto più limitata rispetto alle emissioni che rimarranno. La capacità di rimozione stimata arriverebbe infatti a coprire solo il 18% circa delle emissioni residue previste dai piani delle città. A mettere in evidenza questo divario è uno studio condotto dal Centro comune di ricerca della Commissione europea insieme al Potsdam Institute for Climate Impact Research, apparsa sulle pagine della rivista scientifica Nature Climate Change.
Edifici e trasporti restano il problema principale
Il dato più sorprendente emerso dall'analisi di 103 centri urbani, tra cui figurano ventidue capitali del continente, riguarda la natura delle cosiddette emissioni residue, ovvero quelle che le amministrazioni intendono assorbire anziché eliminare alla fonte. L'81% di questi gas serra non rimossi infatti si concentra infatti nei settori dell'energia e dei trasporti, comparti che le tecnologie attuali considerano tra i più accessibili e pronti per una decarbonizzazione diretta. Questa scelta evidenzia il rischio che l'urgenza di rispettare scadenze ravvicinate e la ricerca di soluzioni a minor costo immediato stiano prevalendo sulla trasformazione strutturale dei sistemi urbani.
Come sottolinea Quirina Rodriguez Mendez, ricercatrice e coautrice dell'indagine, l'ambizione dei sindaci europei è un segnale incoraggiante, ma i criteri utilizzati per giustificare il mantenimento di determinate emissioni restano spesso vaghi. Lo studio ha introdotto un parametro di valutazione inedito, l'indice RESRI, volto a misurare la solidità delle strategie adottate. Il risultato mostra una discrepanza rilevante: le stime attuali sulla reale capacità di assorbimento coprono appena il 18% delle quote residue previste dai piani comunali, lasciando scoperta una porzione consistente di impegni climatici.
Gli alberi sono importanti, ma non sono una scorciatoia
La debolezza principale risiede dunque nei metodi scelti per catturare il carbonio. La maggior parte dei municipi punta prevalentemente su interventi basati sulla natura, in primo luogo la piantumazione massiccia di alberi e la creazione di parchi. Il risultato non significa che piantare alberi sia inutile. Al contrario, alberi, foreste, suoli e spazi verdi svolgono numerose funzioni fondamentali: assorbono carbonio, riducono l’effetto isola di calore, migliorano la qualità dell’aria e possono rendere le città più resilienti alle ondate di calore. Il problema nasce quando la piantumazione viene utilizzata per compensare emissioni che potrebbero invece essere eliminate alla fonte. Non solo.
Negli ambienti cittadini la disponibilità di suolo è infatti limitata dalla concorrenza con l'edilizia residenziale, i servizi sanitari e gli spazi dedicati alle infrastrutture energetiche. Inoltre, la capacità di stoccaggio delle aree verdi è soggetta a vulnerabilità temporali e non garantisce la permanenza a lungo termine del carbonio sequestrato.
Le tecnologie di rimozione permanente, come la cattura diretta dall'aria, l'impiego del biochar o la bioenergia con stoccaggio del carbonio, figurano invece in una frazione marginale dei programmi analizzati. Anche il ricorso ai crediti di carbonio, pur presente in quattro piani su dieci, viene descritto con contorni indefiniti e trattato come una misura d'emergenza, accompagnata da una diffusa cautela da parte delle stesse amministrazioni.
La sfida è decarbonizzare
Per questo, secondo lo studio, le strategie climatiche urbane dovrebbero concentrarsi innanzitutto sulla riduzione effettiva delle emissioni, utilizzando le rimozioni di CO₂ per compensare soltanto quelle emissioni realmente difficili o impossibili da eliminare. Quindi per evitare che i target per il 2030 rimangano dichiarazioni d'intenti, gli autori dell'indagine invitano i sindaco europei a rivedere la gerarchia degli interventi. La priorità suggerita è concentrare gli sforzi sulla riduzione diretta dei consumi e della domanda, un approccio capace di tagliare le emissioni fino all'80%. Questo significa che la neutralità climatica non può essere raggiunta semplicemente aumentando il numero di alberi nelle città. Servono edifici più efficienti, sistemi di riscaldamento meno dipendenti dai combustibili fossili, energia a basse emissioni, trasporto pubblico più efficace, mobilità ciclabile e pedonale, elettrificazione dei trasporti e una riduzione complessiva dei consumi energetici dove possibile. La compensazione dovrebbe rappresentare l'estrema risorsa.
“Il verde urbano è parte della soluzione, ma deve essere inserito all’interno di una strategia molto più ampia. Solo ciò che rimane dopo una profonda decarbonizzazione dovrebbe essere affidato alle rimozioni di carbonio” spiegano i ricercatori. La lezione per le città europee è dunque chiara: piantare alberi può aiutare a combattere la crisi climatica, ma non può sostituire la riduzione delle emissioni.