Entro il 2028 tre aziende italiane su quattro investiranno in digitale e green: una quota alta, ma inferiore rispetto al recente passato. A pesare sono costi e incertezza
L'articolo Imprese italiane, rallentano gli investimenti in digitale e green: lo studio Unioncamere-Mediobanca proviene da FIRSTonline.
Entro il 2028 tre aziende italiane su quattro investiranno in digitale e green: una quota alta, ma inferiore rispetto al recente passato. A pesare sono costi e incertezza
La doppia transizione resta al centro delle strategie delle medie imprese italiane, ma la spinta agli investimenti mostra i primi segnali di rallentamento. Tra il 2026 e il 2028 il 76% delle aziende investirà in tecnologie digitali e il 73% in sostenibilità ambientale, quote ancora molto elevate ma inferiori rispetto al triennio precedente, quando la propensione agli investimenti raggiungeva rispettivamente l’84% e il 77%.
È il quadro delineato dal rapporto “Le medie imprese italiane tra continuità e trasformazione: governance, capitale umano e geopolitica”, realizzato da Unioncamere, Area Studi Mediobanca e Centro Studi Tagliacarne, che fotografa un segmento produttivo ancora protagonista dell’innovazione italiana ma sempre più alle prese con vincoli economici, organizzativi e regolatori.
Il rallentamento, tuttavia, non modifica il posizionamento delle medie imprese rispetto al resto del sistema produttivo. Le loro intenzioni di investimento rimangono infatti nettamente superiori a quelle dell’insieme delle piccole e medie imprese italiane, dove la quota di aziende che investirà nei prossimi tre anni si ferma al 47% sul fronte digitale e al 46% su quello della sostenibilità ambientale.
Secondo Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Tagliacarne, “il nucleo del quarto capitalismo italiano continua a registrare buone performance, anche se dopo anni di crescita sostenuta sembra rallentare il passo. Ne sono un esempio concreto gli investimenti nella doppia transizione che, tra il 2026 e il 2028, interesseranno una quota di imprese leggermente inferiore rispetto al triennio precedente, quando coinvolgevano l’84% % delle medie imprese sul fronte digitale e il 77% su quello green. Nonostante il rallentamento, la propensione agli investimenti resta nettamente superiore alla media delle Pmi che investiranno entro i prossimi 3 anni nel 47% dei casi nel digitale e nel 46% nella sostenibilità ambientale. Le medie imprese restano un pilastro dello sviluppo del Paese, ma finora non hanno beneficiato di politiche dedicate. Per sostenerne la crescita servono interventi mirati che favoriscano una maggiore apertura manageriale e l’evoluzione della governance”.
Costi e incertezza frenano gli investimentiLa principale barriera che limita gli investimenti delle medie imprese nella digitalizzazione e nella sostenibilità ambientale è rappresentata dagli elevati costi iniziali. Il 41,2% delle aziende indica infatti l’entità delle risorse economiche necessarie per avviare progetti di innovazione come il primo ostacolo da superare. Si tratta di investimenti spesso consistenti, che richiedono tempi medio-lunghi per essere ammortizzati e che, in un contesto economico caratterizzato da volatilità, possono indurre le imprese a rinviare o ridimensionare i propri programmi.
Pesano anche burocrazia e quadro regolatorioA incidere sulle decisioni delle imprese è anche il quadro regolatorio. Il 34% delle medie aziende segnala infatti l’incertezza normativa come uno dei principali fattori di rallentamento. Regole in continua evoluzione, tempi di attuazione non sempre chiari e la difficoltà di pianificare investimenti pluriennali in assenza di un quadro stabile rendono più complessa la definizione delle strategie industriali, soprattutto per quanto riguarda la transizione digitale e quella ambientale.
Priorità aziendali e competenze da rafforzarePer quasi un’impresa su tre, pari al 32,5%, le risorse disponibili devono essere destinate ad altre priorità aziendali, limitando così la capacità di investire in innovazione. A questo si aggiunge il tema delle competenze: il 25,3% delle medie imprese evidenzia infatti la mancanza di professionalità interne e manageriali adeguate per accompagnare i processi di trasformazione digitale e sostenibile. Un dato che conferma come la competitività non dipenda esclusivamente dalla disponibilità di capitali, ma anche dalla presenza di competenze tecniche e organizzative capaci di gestire il cambiamento.
Accesso al credito ancora difficileSebbene in misura inferiore rispetto agli altri fattori, anche le difficoltà di accesso al credito continuano a rappresentare un elemento di criticità. Il 18% delle imprese indica infatti la possibilità di ottenere finanziamenti come un ostacolo ai propri programmi di investimento. Il dato suggerisce che, nonostante gli strumenti di sostegno disponibili, permane una parte significativa del tessuto produttivo che incontra difficoltà nel reperire le risorse finanziarie necessarie per accelerare la doppia transizione.
La consulenza privata resta il principale punto di riferimentoPer affrontare i percorsi di innovazione, le medie imprese si affidano soprattutto a soggetti esterni. Quasi tre aziende su quattro, il 73,9%, ricorrono a società di consulenza o consulenti privati, confermando il ruolo centrale di queste figure nell’accompagnare la progettazione e l’implementazione degli investimenti digitali e green. Più della metà delle imprese, il 53,3%, coinvolge inoltre fornitori e clienti, a dimostrazione di come i processi di innovazione siano sempre più sviluppati lungo l’intera filiera produttiva.
Il ruolo limitato delle istituzioni e della ricercaPiù contenuto risulta invece il ricorso agli attori del sistema pubblico dell’innovazione. Solo il 15,9% delle medie imprese dichiara di essersi avvalso del supporto delle istituzioni territoriali, come Camere di commercio e associazioni di categoria. Ancora più ridotta è la collaborazione con università e centri di ricerca pubblici e privati, che coinvolge il 12% delle aziende. Rimane infine marginale il contributo delle reti d’impresa, dei competence center ad alta specializzazione e delle startup innovative, scelti rispettivamente dal 5,1%, dal 4,1% e dal 3,3% delle imprese. Un quadro che evidenzia come il trasferimento dell’innovazione dal sistema della ricerca al tessuto produttivo abbia ancora ampi margini di rafforzamento.