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Disforia nei bambini, più di 400 professionisti chiedono di rivedere la guida “Oltre lo sguardo”

Дата публикации: 24-07-2026 15:54:50

Minori | La Garante per l’infanzia contesta la transizione sociale a tre anni. I pediatri difendono la guida “Oltre lo sguardo”, ma riconoscono la necessità di cautela e l’ambiguità di alcuni passaggi. Intanto centinaia di professionisti chiedono di rivederla. Tre anni. È l’età di Anna, la bambina raccontata nella guida Oltre lo sguardo della Società […]

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Minori |

La Garante per l’infanzia contesta la transizione sociale a tre anni. I pediatri difendono la guida “Oltre lo sguardo”, ma riconoscono la necessità di cautela e l’ambiguità di alcuni passaggi. Intanto centinaia di professionisti chiedono di rivederla.

Tre anni. È l’età di Anna, la bambina raccontata nella guida Oltre lo sguardo della Società italiana di Pediatria e dell’Associazione culturale Pediatri. I genitori riferiscono che si identifica nel genere maschile e chiedono come comportarsi, anche a scuola. Il caso apre alla possibilità di una transizione sociale: un altro nome, altri pronomi, un diverso abbigliamento e un nuovo ruolo con cui la bambina verrebbe riconosciuta dagli adulti e dai coetanei.

Ma si può davvero parlare di identità definita a tre anni? E modificare l’intero sistema di relazioni nel quale un bambino cresce può essere considerato un semplice gesto di accoglienza?

La Garante per l’infanzia e l’adolescenza Marina Terragni ha definito «impensabile una transizione sociale a tre anni» e ha richiamato il diritto del minore a un «futuro aperto». Ora la Società italiana di Pediatria e l’Associazione culturale Pediatri rispondono alle sue obiezioni. Difendono la guida, ma riconoscono che la varianza manifestata nell’infanzia non permette di prevedere l’identità futura, che occorre una particolare cautela prima della pubertà e che nessuna traiettoria deve essere imposta.

Sono precisazioni importanti. Ma sollevano una domanda inevitabile: se nessuno vuole anticipare l’esito del percorso di un bambino, perché tanti medici, pediatri e psicologi hanno letto nella guida proprio il rischio di un indirizzo affermativo precoce?

La transizione sociale non è un trattamento farmacologico e non modifica direttamente il corpo. Ma questo basta a considerarla un gesto neutro e privo di conseguenze? È questo il cuore della questione.

Nella loro risposta, i presidenti di Sip e Acp, Rino Agostiniani e Stefania Manetti, precisano che Oltre lo sguardo non è una linea guida clinico-terapeutica, non contiene protocolli farmacologici o chirurgici e non formula indicazioni prescrittive. Il suo scopo, spiegano, è offrire ai pediatri conoscenze e strumenti relazionali per accogliere senza pregiudizi bambini, adolescenti e famiglie appartenenti a minoranze sessuali o di genere. Nessuno può contestare questo obiettivo. Ogni bambino ha diritto a essere ascoltato e rispettato, senza subire derisione, stigma o discriminazioni. E ogni famiglia che si trova ad affrontare il disagio di un figlio deve poter incontrare professionisti competenti, prudenti e capaci di non giudicare. Ma accogliere un bambino non significa necessariamente confermare come definitiva l’interpretazione che lui, la famiglia o l’ambiente danno in quel momento alla sua sofferenza. E lasciare aperte diverse possibilità evolutive non significa respingerlo.

Gli stessi pediatri riconoscono che la varianza di genere manifestata durante l’infanzia non consente di prevedere automaticamente l’identità che la persona svilupperà nell’adolescenza o nell’età adulta. Ammettono che occorre evitare letture deterministiche e adottare una particolare cautela nelle decisioni riguardanti i bambini prima della pubertà.

Affermano inoltre che la transizione sociale può essere seguita da una “ri-transizione” e che, proprio per questo, non sarebbe corretto definirla in termini assoluti un percorso «senza ritorno». Ma la possibilità di tornare indietro non dimostra che il percorso sia privo di effetti. Un bambino che viene presentato a scuola con un altro nome, altri pronomi e un’altra identità non sta compiendo un gesto isolato e privato: cambia il sistema di relazioni e aspettative nel quale cresce e costruisce la rappresentazione di sé.

La reversibilità materiale non coincide necessariamente con la neutralità psicologica.

Nella risposta alla Garante c’è poi un’ammissione significativa. Sip e Acp riconoscono che «l’estrema sintesi» con cui è stata raccontata la storia di Anna può aver prodotto interpretazioni non corrispondenti alle intenzioni degli autori e non aver restituito adeguatamente la complessità delle valutazioni compiute dalla famiglia e dai professionisti. Precisano che il pediatra non avrebbe definito l’identità della bambina, né disposto l’attivazione della carriera alias, ma si sarebbe limitato ad ascoltare i genitori e a indirizzarli verso professionisti qualificati. È un chiarimento importante. Ma quando una guida destinata a migliaia di pediatri affronta un tema tanto delicato, l’ambiguità non è un dettaglio secondario. Se un caso può essere interpretato come un invito ad avviare la transizione sociale di una bambina di tre anni, allora quel passaggio deve essere riscritto.

Sip e Acp ammettono anche che gli standard Wpath, richiamati nella bibliografia della guida, possono essere «in alcuni punti controversi». Spiegano invece di non aver citato la Cass Review — la grande revisione indipendente commissionata dal servizio sanitario britannico, che ha rilevato la debolezza delle prove disponibili sui trattamenti dei minori — perché la guida non si occupa di terapie ormonali. Anche qui, tuttavia, rimane irrisolto il nodo principale. Il dibattito internazionale non riguarda soltanto i farmaci, ma il rapporto tra transizione sociale, consolidamento dell’identità e successivo accesso ai percorsi medici. Proprio perché non disponiamo ancora di evidenze solide sulle conseguenze a lungo termine dell’affermazione sociale precoce, essa non può essere descritta come semplice accoglienza.

Nel frattempo quattro pediatri — Antonio Belluzzi, Giovanni Bonini, Ivana Bringheli e Giovanni Battista Ferrero — hanno promosso il documento Primum non nocere: la scienza oltre lo sguardo, chiedendo a Sip e Acp di rivedere la guida. La lettera ha già raccolto 404 firme di professionisti del settore e 240 adesioni esterne. E può essere firmata qui.

I firmatari non chiedono di abbandonare i bambini al loro disagio né di restaurare un modello punitivo o discriminatorio. Chiedono ascolto autentico, valutazioni multidisciplinari, attenzione alle possibili condizioni psicologiche e neuroevolutive concomitanti e percorsi esplorativi che non abbiano un esito prestabilito. Sostengono che l’accoglienza debba essere distinta dall’adesione immediata a un’ipotesi identitaria ancora in formazione.

È difficile liquidare come ideologica una richiesta sottoscritta da centinaia di medici e psicologi e accompagnata da una vasta bibliografia scientifica. Tanto più che molte delle parole usate dai promotori — prudenza, individualizzazione, multidisciplinarità, assenza di traiettorie predeterminate — compaiono ora anche nella risposta di Sip e Acp.

Il confronto, quindi, non è tra chi vuole accogliere i bambini e chi vuole respingerli. È tra due diversi significati attribuiti alla parola “accoglienza”. Da una parte, l’idea che riconoscere subito l’identità dichiarata protegga il bambino dallo stigma e dalla sofferenza. Dall’altra, la convinzione che accogliere significhi anche tollerare l’incertezza, esplorare le ragioni del disagio e non trasformare troppo presto una percezione in un destino.

I bambini hanno diritto a essere creduti quando raccontano ciò che provano. Ma hanno anche diritto a cambiare, a contraddirsi, a cercarsi senza che gli adulti assegnino immediatamente un significato definitivo a ogni loro parola.La dignità di un minore non si tutela negando la sua sofferenza. Ma neppure anticipando il suo futuro.

Se davvero, come scrivono oggi Sip e Acp, nessuna traiettoria deve essere imposta e ogni possibilità evolutiva deve restare aperta, una revisione della guida non rappresenterebbe una sconfitta. Sarebbe la conseguenza più coerente del confronto che si è finalmente aperto. E soprattutto sarebbe l’applicazione di quel principio che dovrebbe unire tutti: primum non nocere.

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