Un albero. Storia di una vita. Ediz. Illustrata David Suzuki, Wayne Grady, ill. Robert Bateman…
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Un albero. Storia di una vita. Ediz. Illustrata
David Suzuki, Wayne Grady, ill. Robert Bateman
Prefazione di Peter Wohlleben
Piano B Edizioni, 2026 (trad. Roberta Marsili)
David Suzuki appartiene a quella generazione di scienziati e divulgatori che hanno contribuito a modificare il modo in cui il grande pubblico guarda alla natura. Nato a Vancouver nel 1936, genetista di formazione, professore emerito presso l’Università della British Columbia, Suzuki è conosciuto soprattutto per la sua lunga attività di divulgazione ambientale, attraverso libri, programmi radiofonici e televisivi e per il suo impegno nella difesa degli ecosistemi. La sua voce ha accompagnato per decenni il passaggio da una visione della natura intesa come semplice riserva di risorse a una concezione più complessa, fondata sull’interdipendenza tra gli esseri viventi.
Un albero. Storia di una vita, scritto con Wayne Grady (scrittore, traduttore ed editor canadese) e pubblicato in edizione illustrata, per la prima volta in Italia dalla casa editrice Piano B, porta questa sensibilità dentro una forma narrativa essenziale: il racconto dell’esistenza di un albero dalla nascita alla morte, dentro il tempo lento e stratificato della foresta.
Il saggio può infatti essere definito un’arbobiografia: una biografia immaginaria di un albero narrata dal punto di vista della sua esistenza, dalla nascita alla morte. Appartiene alla narrativa biografica contemporanea e alla divulgazione naturalistica, perché unisce racconto della vita dell’albero e riflessione ecologica. Lo stesso indice viene organizzato seguendo i momenti importanti del ciclo di vita: nascita, mettere radici, crescità, maturità, morte.
Questo libro è la biografia di un abete di Douglas, ma potrebbe
narrare la vita di qualsiasi altro albero: un eucalipto
australiano, un baniano indiano, una quercia inglese, un baobab
africano, un mogano amazzonico o un cedro del Libano.
Ogni albero è una testimonianza vivente della meraviglia
dell’evoluzione, della capacità della vita di affrontare sfide imprevedibili
e di perpetuarsi attraverso i secoli.
La scelta dell’albero come protagonista appartiene invece a una tradizione antica. L’albero è da sempre una delle immagini fondamentali attraverso cui l’uomo ha cercato di rappresentare il proprio rapporto con il mondo: è l’albero della vita, l’albero della conoscenza, il collegamento simbolico tra cielo e terra, la figura della memoria e della continuità. Nella letteratura moderna ha spesso rappresentato il luogo in cui l’umano incontra una dimensione diversa da sé, dal rapporto contemplativo con la natura di Thoreau fino alla parabola etica de L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. Negli ultimi decenni, tuttavia, l’albero ha compiuto un passaggio significativo: è uscito progressivamente dal ruolo di metafora per diventare una presenza autonoma, un essere vivente da comprendere nella sua specificità.
È all’interno di questa trasformazione culturale che va letto il libro di Suzuki. Un albero. Storia di una vita non nasce in un territorio inesplorato. Arriva dopo una lunga stagione di riflessioni scientifiche e letterarie che hanno riportato le piante al centro del discorso pubblico. Peter Wohlleben, autore della prefazione, ha contribuito in modo decisivo a diffondere l’idea della foresta come comunità di relazioni; Stefano Mancuso ha mostrato attraverso la neurobiologia vegetale e la divulgazione scientifica la straordinaria capacità delle piante di adattarsi, comunicare e rispondere all’ambiente; Monica Gagliano ha aperto interrogativi più radicali sulla percezione e sulla possibile cognizione vegetale; Sumana Roy, in Come sono diventata un albero, ha trasformato il rapporto con il mondo vegetale in una meditazione letteraria sulla possibilità di immaginare un’esistenza meno centrata sull’uomo. Anche la narrativa contemporanea, da Overstory di Richard Powers fino ad alcune esperienze della letteratura italiana, ha contribuito a questo spostamento dello sguardo.
Il contributo specifico di Suzuki sta nella capacità di trovare una forma comunicativa che tiene insieme conoscenza e emozione. È proprio questo il punto sottolineato da Wohlleben nella sua introduzione: di fronte alla crisi ambientale, la quantità di dati scientifici non sempre produce una reale partecipazione. Le informazioni sul degrado delle foreste, sulla perdita della biodiversità e sul cambiamento climatico rischiano di trasformarsi in un flusso continuo di emergenze che il lettore fatica a interiorizzare. La divulgazione ecologica incontra allora una questione decisiva: come trasformare la conoscenza in relazione? Come fare in modo che ciò che sappiamo raggiunga anche la nostra sensibilità?
Suzuki e Grady rispondono scegliendo la strada del racconto. L’albero diventa una storia, e attraverso la sua storia il lettore entra in contatto con processi che normalmente rimangono invisibili: la formazione di un ecosistema, la cooperazione tra specie diverse, il ruolo degli organismi del suolo, la lenta trasformazione della materia vivente. La foresta non appare più come uno scenario sullo sfondo dell’esperienza umana, ma come una trama complessa di vite intrecciate. Il libro funziona proprio perché restituisce profondità temporale a ciò che siamo abituati a osservare solo nella dimensione immediata: un albero non è soltanto ciò che vediamo oggi, è una storia che attraversa decenni, forse secoli.
Nel corso della storia, l’umanità ha spesso riflettuto sul
proprio legame con il resto della vita sulla Terra. In passato,
molti popoli hanno riconosciuto una dipendenza e una parentela
non solo con gli altri animali, ma anche con il mondo
verde. Hanno immaginato l’origine dell’universo, la nascita
dell’uomo e la creazione di ogni cosa. Le storie narrate in
ogni cultura esprimono osservazioni, intuizioni e congetture
che formano la visione del mondo di ciascun popolo.
La scienza offre un approccio radicalmente diverso e potente
per osservare il mondo. Isolando un frammento della
natura, controllandone le variabili e analizzandolo con precisione,
permette di acquisire conoscenze profonde su quella
singola parte.
L’idea che l’albero abbia “un’anima”, evocata da Wohlleben nella prefazione, va interpretata soprattutto come una scelta linguistica ed emotiva. Non si tratta necessariamente di attribuire alla pianta caratteristiche umane, quanto di trovare un modo per sottrarla all’indifferenza con cui spesso guardiamo ciò che non appartiene al nostro stesso ordine di esperienza. Il rischio della narrazione della natura è sempre quello di riportare ogni forma di vita dentro categorie umane, trasformando l’altro in una versione rassicurante di noi stessi. La sfida più interessante consiste invece nel riconoscere valore a ciò che rimane profondamente diverso. L’albero affascina proprio perché vive secondo una temporalità e una logica che non coincidono con le nostre.
Le illustrazioni contribuiscono in modo decisivo a questa esperienza ampliando la potenza descrittiva del testo, mostrando la complessità nascosta della foresta: le radici, le connessioni sotterranee, gli animali, i cicli stagionali. La dimensione visiva accompagna il lettore verso un’osservazione più lenta, quasi un esercizio di attenzione in un’epoca dominata dalla rapidità.
Se le radici laterali di un abete di Douglas incontrano quelle di
un albero vicino, possono fondersi – a volte longitudinalmente,
altre ad angolo retto – creando un’intricata rete vascolare
condivisa. Così gli alberi si sostengono a vicenda, scambiandosi
ormoni e amidi attraverso il floema congiunto, in un
silenzioso atto di solidarietà.
Il merito principale di Un albero. Storia di una vita è quindi quello di inserirsi in una trasformazione culturale profonda: il progressivo abbandono di una visione esclusivamente antropocentrica della natura. L’albero raccontato da Suzuki e Grady è una forma di vita con una propria durata, una propria storia e una propria complessità. Guardare un albero dopo aver letto questo libro significa forse fare esperienza di una piccola trasformazione dello sguardo: vedere meno un oggetto davanti a noi e più una presenza dentro il mondo che condividiamo.
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