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Guerra e investimenti finanziari, il consiglio di Fugnoli (Kairos): “Diversificare il più possibile”

Дата публикации: 11-03-2026 05:12:00


Nelle guerre brevi, sostiene l'analista di Kairos, "è praticamente impossibile fare in tempo a organizzare una strategia d’investimento. Ma più che pensare a un portafoglio di guerra è utile pensare a un portafoglio di pace e di guerra"
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Nelle guerre brevi, sostiene l’analista di Kairos, “è praticamente impossibile fare in tempo a organizzare una strategia d’investimento. Ma più che pensare a un portafoglio di guerra è utile pensare a un portafoglio di pace e di guerra”

Guerra e investimenti finanziari, il consiglio di Fugnoli (Kairos): “Diversificare il più possibile”

C’erano una volta le guerre classiche. Duravano cent’anni, trent’anni, sette anni ed erano comunque lunghe, come le due guerre mondiali, la Corea, il Vietnam. In una guerra lunga, per i mercati finanziari vigono quasi sempre le stesse regole. Vanno evitati i titoli di debito, che verranno erosi dall’inflazione. Si ricercano i beni rifugio, dall’oro ai terreni agricoli. Le Borse scendono per alcuni mesi all’inizio del conflitto e poi seguono le sorti della guerra, premiando chi vince e punendo chi perde. I settori industriali legati alla produzione di armamenti hanno le performance migliori. Le valute di chi vince, per quanto anch’esse erose dall’inflazione, vanno meglio di quelle dei perdenti, che spesso si riducono a carta straccia. 

Ci sono però anche i conflitti brevi. I 12 giorni di Cuba nel 1962, la guerra dei Sei giorni del 1967, la guerra del Kippur del 1973, che durò 19 giorni. Oppure, venendo ai tempi nostri, la guerra dei 12 giorni tra Israele e Iran nel giugno scorso. Nelle guerre brevi è praticamente impossibile fare in tempo a organizzare una strategia d’investimento. Il rischio è di svendere malamente quello che si aveva in portafoglio per poi trovarsi a dovere ricomprare a un prezzo più alto nel momento in cui il conflitto si avvia a soluzione. 

Gestire un portafoglio in modo responsabile è ancora più difficile quando non è chiara la durata che avrà un conflitto. Lo vediamo in questi giorni. L’attacco all’Iran era partito con un consenso di mercato che puntava a una rapida conclusione, ma il suo prolungarsi, unito all’incertezza sugli esiti, complica tutto. Il conflitto, come ha detto Trump e come confermano gli iraniani, potrebbe andare avanti per mesi, ma si sa che queste affermazioni potrebbero anche essere un modo per fiaccare la resistenza psicologica del nemico e che dunque il conflitto potrebbe finire in qualsiasi momento

Al punto in cui siamo, praticamente qualsiasi conclusione della guerra porterebbe comunque a un forte rally di sollievo dei mercati e prenderebbe in contropiede chi ha venduto. In queste circostanze, destinate a ripetersi da un conflitto all’altro nel mondo instabile di questa fase storica, più che pensare a un portafoglio di guerra è utile pensare a un portafoglio di pace e di guerra strutturato in modo da potere resistere nelle condizioni avverse e offrire buoni risultati in quelle favorevoli. 

In pratica, si tratta di costruire e manutenere un portafoglio molto diversificato per classi di asset, per settori e per regioni, mantenendo leggera l’esposizione obbligazionaria nella parte lunga della curva. La componente azionaria deve essere patrimonialmente solida. La volatilità non va venduta ma occasionalmente comprata quando il ciclo economico sta per invertirsi o quando il posizionamento del mercato è particolarmente sbilanciato in una direzione o nell’altra. La leva va utilizzata con la massima prudenza, valutando in particolare con la massima attenzione e tendenzialmente escludendo gli ETF che la utilizzano. 

Si sente dire spesso in questi giorni che in un anno elettorale Trump non vorrà rischiare un aumento dell’inflazione che renderà più difficile quei tagli dei tassi su cui sta puntando molto. È probabile, ma non bisogna nemmeno dimenticare che l’anno scorso Trump introdusse i dazi e tollerò il ribasso di borsa finché non raggiunse il 20 per cento.  

In pratica, provando ad arrischiare un’ipotesi, un conflitto che si prolunga ancora per tre-quattro settimane potrebbe essere gestito, nei confronti dei mercati, con il rilascio di una parte delle riserve strategiche di greggio accumulate a livello globale dopo lo shock del 1973 e con l’utilizzo di oleodotti che portano verso il Mar Rosso una parte della produzione del Golfo. Queste misure, per quanto non risolutive, attenuerebbero la volatilità. L’accettazione di una sorta di pareggio tra i belligeranti, con un regime iraniano che rimane in piedi ma indebolito politicamente e militarmente e la riapertura completa dello stretto di Hormuz, sarebbe accolta con sollievo dai mercati. Ancora maggiore, fino a toccare nuovi massimi, sarebbe il rialzo in caso di resa iraniana. 

Non si possono però escludere del tutto ipotesi meno favorevoli, come ad esempio un inasprimento ulteriore o un allargamento del conflitto. Sulla base di queste considerazioni, andrà considerata l’ipotesi di destinare una piccola parte del portafoglio all’acquisto di call sugli indici azionari, da effettuare non tutto in una volta ma distribuito lungo le prossime settimane. 

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Alessandro Fugnoli

Strategist e autore della newsletter “il rosso e il nero” di Kairos, iniziativa imprenditoriale nel settore del risparmio gestito italiano. Milanese, laurea in Filosofia alla Statale di Milano, ha ricoperto dal 2001 presso Abaxbank il ruolo di Head of Research e Investment Strategist.

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