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Referendum giustizia, l’ex ministro Giovanni Tria: “Votare Sì è l’unico modo per ridare prestigio e credibilità alla magistratura”

Дата публикации: 21-03-2026 06:10:00


"Il vero tema della separazione della carriere - sostiene Tria - non è quello di indebolire la Magistratura nei confronti degli altri poteri e in particolare e del Governo, ma quello di rafforzare il sistema di pesi e contrappesi all'interno della stessa Magistratura"
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“Il vero tema della separazione della carriere – sostiene Tria – non è quello di indebolire la Magistratura nei confronti degli altri poteri e in particolare e del Governo, ma quello di rafforzare il sistema di pesi e contrappesi all’interno della stessa Magistratura”

Referendum giustizia, l’ex ministro Giovanni Tria: “Votare Sì è l’unico modo per ridare prestigio e credibilità alla magistratura”

Giovanni Tria, economista ed ex preside della facoltà di Economia di Tor Vergata, quando era ministro dell’economia con il Governo Conte 1, ha sottolineato più volte come il “rischio legale” e cioè una diffusa sfiducia verso l’imprevedibilità della Giustizia italiana sia uno degli elementi di maggior peso che tengono lontani gli investitori esteri, soprattutto quelli non finanziari, dal nostro Paese. Ora, in vista del referendum così detto sulla separazione delle carriere, Tria torna sulla questione Giustizia spiegando in modo originale le ragioni per cui, a suo parere, si dovrebbe votare Sì alle modifiche costituzionali proposte.

Il suo ragionamento parte dal fatto che in una democrazia sono fondamentali i “check and balance” cioè i controlli e i contrappesi in modo che ogni potere abbia un limite ed un controllo da parte di altri poteri. Ma questi controlli non devono esercitarsi solo tra poteri diversi, ma anche all’interno di uno stesso potere ci devono essere meccanismi di contrappeso capaci di eliminare, o limitare, gli arbitrii. Quindi la forza del nostro sistema non sta solo nell’indipendenza della magistratura nei confronti degli altri poteri, ma anche nel fatto che all’interno dell’ordine giudiziario ci sia un meccanismo di controllo e di contrappeso ben funzionante.

Ed invece negli ultimi decenni si è verificato uno squilibrio a favore della magistratura inquirente, cioè i Pm, rispetto a quella giudicante. E questo è vero anche se si registra, come in effetti avviene, che molti processi finiscono con una assoluzione, spesso perché il fatto non sussiste, oppure perché non costituisce reato. E la ragione sta nel fatto che questo esito si verifica dopo molti anni durante i quali una persona è messa sulla graticola dal “Giudice” che in realtà è solo un rappresentante dell’accusa e da un circo mediatico fatto di giornalisti che vivono aggrappati alle toghe del Pm. Questo crea anche una diffusa percezione di non funzionamento efficace della giustizia. Soprattutto appare del tutto inadeguata la figura del Gip che dovrebbe essere la prima garanzia per gli inquisiti e che invece spesso si limita a copiare le motivazioni della pubblica accusa, e quando poi il Tribunale della libertà dovesse parzialmente annullare le deliberazioni di Pm e Gip questo non comporta la fine delle indagini e la gogna mediatica per gli inquisiti.

Il vero tema della separazione delle carriere – afferma Tria – non è quello di indebolire il ruolo della Magistratura nei confronti degli altri poteri ed in particolare di quello governativo, ruolo garantito dalla chiara formulazione degli l’articolo della Costituzione riformati, ma quello di rafforzare il sistema di controlli e contrappesi all’interno del funzionamento della stessa Magistratura, restaurandone per questa via anche la credibilità esterna. Che ci sia il rafforzamento della terzietà del Giudice rispetto all’accusatore è fondamentale per aumentare la fiducia dei cittadini rispetto alle modalità di funzionamento della Giustizia.

È chiaro che questa riforma non risolverà di colpo tutti i problemi creati dalla degenerazione correntizia all’interno dell’ordine giudiziario, ma è il primo passo indispensabile per avviare un chiaro percorso di rinnovamento del funzionamento della nostra Giustizia. Ed è grave – sottolinea Tria – che per pura propaganda una rumorosa minoranza di magistrati abbia palesemente dichiarato il falso sulle finalità di questa riforma leggendo in maniera volutamente distorta il testo della riforma in modo da attribuirle un carattere anti democratico di indebolimento della funzione dei magistrati come controllori del potere politico, mentre, al contrario, la riforma mira ad accrescere i controlli ed il bilanciamento all’interno dei magistrati assicurando sia ai Pm che ai giudicanti, maggiore autonomia e libertà.

Cadono quindi anche le polemiche sul “contesto” e cioè sul fatto che questo governo cerca in vari modi di rafforzare il suo potere sia liberandosi dei controlli dei magistrati (che però come abbiamo visto in questo caso non c’è) sia propugnando riforme come il premierato, sia con atteggiamenti di insofferenza rispetto ai vincoli europei o dei mercati. Sono decenni che si discute intorno alla necessità di avere una democrazia governante. Ma questo è un diverso problema di tipo istituzionale e politico difficile da risolvere. Ma con questo referendum non ha nulla a che vedere. Anzi una magistratura più credibile agli occhi dei cittadini non può che rafforzare la partecipazione di tutti alle sorti del Paese, e quindi rendere più salda la nostra democrazia.

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Ernesto Auci

Nato a Roma il 9 febbraio 1946 diventa giornalista professionista nel 1970. Dopo una breve esperienza iniziale a Il Globo si trasferisce a Milano a Il Sole 24 Ore dove rimane fino al 1980 raggiungendo la qualifica di vice direttore. Dopo un passaggio all'Europeo ed a Il Mattino di Napoli, nel 1984 diventa responsabile delle relazioni esterne di Confindustria con la presidenza Lucchini. Nel 1992, al termine della presidenza Pininfarina,si trasferisce alla Fiat come responsabile della comunicazione. Nel 1997 diventa direttore del Il Sole 24 Ore di cui nel 2001 assume l'incarico di amministratore delegato. Nel 2003 assume la carica di amministratore delgato di Itedi e de La Stampa e nel 2005 passa alla Fiat come responsabile dei rapporti istituzionali.

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