Netanyahu boccia il piano Usa per Gaza e Israele valuta raid unilaterali sull’Iran. Intanto Teheran frena sui negoziati e non riapre Hormuz, mentre la guerra prosciuga le scorte di missili americani
L'articolo Medio Oriente, Israele respinge il piano del Board of Peace per Gaza e prepara raid sull’Iran. Teheran tiene chiuso Hormuz, Usa a corto di missili proviene da FIRSTonline.
Netanyahu boccia il piano Usa per Gaza e Israele valuta raid unilaterali sull’Iran. Intanto Teheran frena sui negoziati e non riapre Hormuz, mentre la guerra prosciuga le scorte di missili americani
Il tentativo americano di costruire una nuova cornice politica per il Medio Oriente incassa un pesante stop da Israele. Benjamin Netanyahu ha respinto il piano in 15 punti per Gaza messo a punto dal Board of Peace e promosso dal presidente americano Donald Trump, legando qualsiasi ritiro delle forze israeliane dalla Striscia al completo disarmo di Hamas. La frenata arriva mentre la crisi regionale continua ad allargarsi, dallo Yemen alla Siria fino al confronto con l’Iran. E proprio la guerra contro Teheran sta mettendo sotto pressione anche gli Stati Uniti, dove cresce l’allarme per il rapido consumo delle scorte di missili e sistemi di difesa.
Sul fronte diplomatico, intanto, Iran e Stati Uniti restano lontani da un vero negoziato. Teheran conferma soltanto contatti indiretti attraverso intermediari e mantiene alta la posta sullo Stretto di Hormuz. L’intesa in discussione con l’Oman sulla gestione delle rotte marittime, ha chiarito il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, non equivale infatti alla riapertura dello stretto.
Netanyahu chiude al piano per Gaza e tiene aperta l’opzione militare sull’Iran“Israele respinge il documento in 15 punti” e non ritirerà l’Idf dalla Striscia “finché Hamas non sarà effettivamente disarmato”. Con queste parole Netanyahu ha bocciato pubblicamente la nuova roadmap americana per Gaza, smentendo le aspettative di un avanzamento del percorso politico annunciato nelle scorse settimane da Trump. Il premier israeliano ha accompagnato il rifiuto con una posizione altrettanto netta sul futuro dei territori palestinesi. “Finché sarò primo ministro, non ci sarà alcuno Stato palestinese, né a Gaza né in Cisgiordania. Né ‘Fatahstan’ né ‘Hamastan'”, ha affermato durante la riunione di governo.
La rigidità israeliana non riguarda soltanto Gaza. Netanyahu ha ribadito anche che, “con o senza un accordo”, Israele non permetterà all’Iran di dotarsi di armi nucleari. E secondo l’emittente israeliana Channel 13, le forze armate continuano a prepararsi alla possibilità di nuove operazioni unilaterali contro Teheran anche senza il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti.
Nel frattempo resta instabile l’intero arco regionale. Nel sud-ovest della Siria sono state segnalate nuove incursioni israeliane nella zona di Quneitra, mentre in Libano le forze israeliane sarebbero entrate nel villaggio di Zawtar al-Gharbiyeh, dove è stata eretta una barriera che ha bloccato una strada di accesso. Anche l’Egitto alza il livello dello scontro diplomatico sul dossier palestinese. Il ministro degli Esteri Badr Abdelatty ha definito una “linea rossa” qualsiasi progetto di sfollamento dei palestinesi da Gaza, sostenendo che l’eventuale uscita della popolazione non potrebbe essere considerata volontaria se determinata da condizioni di vita rese insostenibili.
Yemen di nuovo in fiamme, gli Houthi colpiscono Aramco e il porto di al-MakhaIl deterioramento della situazione coinvolge sempre più direttamente anche la penisola arabica. Gli Houthi hanno rivendicato un attacco con droni contro la raffineria saudita Aramco di Jazan, dove si è sviluppato un incendio successivamente domato senza vittime. L’impianto, in grado di lavorare circa 400 mila barili di greggio al giorno, era già stato colpito nelle settimane precedenti. Il movimento yemenita sostenuto dall’Iran ha inoltre dichiarato di aver lanciato una nuova operazione contro il porto di al-Makha, sul Mar Rosso, utilizzando missili e droni. Secondo il portavoce militare Yahya Saree, nel mirino sarebbero finite truppe saudite e depositi di armi. Fonti yemenite hanno invece riferito di attacchi contro il molo commerciale e le aree di stoccaggio del porto.
La nuova escalation arriva pochi giorni dopo l’accordo di difesa firmato dall’Arabia Saudita con Turchia e Pakistan, secondo il quale un attacco armato contro uno dei tre Paesi sarà considerato un’aggressione contro tutti. Ankara ha precisato che l’intesa non è rivolta contro l’Iran, ma la tempistica conferma quanto la guerra stia ridisegnando rapidamente gli equilibri di sicurezza della regione.
La tensione arriva anche dall’Iraq, dove una milizia filo-iraniana ha promesso ritorsioni per i precedenti attacchi statunitensi e sauditi contro le Forze di Mobilitazione Popolare. Le autorità irachene avrebbero inoltre arrestato tre membri di una cellula accusata di preparare operazioni militari fuori dal Paese e di essere in contatto con esponenti iraniani coinvolti in attacchi con droni.
La guerra svuota gli arsenali Usa, allarme al Pentagono per missili e intercettoriLa prosecuzione del conflitto sta presentando un conto crescente anche a Washington. Secondo il New York Times, la guerra contro l’Iran sta consumando rapidamente alcune delle munizioni più sofisticate in dotazione agli Stati Uniti, soprattutto missili per la difesa aerea e armi a lungo raggio.
La preoccupazione del Pentagono riguarda non soltanto la disponibilità immediata dei sistemi, ma anche la capacità americana di sostenere contemporaneamente eventuali nuove crisi in Europa o nell’Indo-Pacifico (Russia e Cina sarebbero così “libere di agire”). Per alimentare lo sforzo militare in Medio Oriente, Washington avrebbe già trasferito nell’area navi, aerei, sistemi di difesa e munizioni precedentemente dislocati in altri teatri.
Dall’Asia sarebbero stati spostati numerosi missili Tomahawk e altri sistemi a lungo raggio, insieme a centinaia di intercettori avanzati provenienti dalla Corea del Sud e da altre basi. Anche accelerando la produzione, secondo le valutazioni riportate, potrebbero servire più di due anni per ricostituire alcune delle scorte utilizzate nella guerra.
È in questo quadro che negli Stati Uniti aumenta la cautela verso una nuova escalation. Secondo la Cnn, il capo dello Stato Maggiore congiunto Dan Caine avrebbe avvertito l’amministrazione Trump che ulteriori operazioni contro Teheran potrebbero rivelarsi controproducenti e che i soli raid aerei non sarebbero sufficienti a garantire una vittoria.
Iran e Usa ancora lontani dalla pace, Hormuz resta la leva decisiva di TeheranMentre Washington cerca una possibile uscita diplomatica dal conflitto, Teheran frena ancora sulla ripresa dei negoziati. “Al momento” Iran e Stati Uniti non sono impegnati in colloqui, ha dichiarato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, precisando però che “vengono scambiati messaggi tramite intermediari”. La Repubblica Islamica lega qualsiasi ritorno al tavolo alla condotta americana. Secondo Araghchi, i negoziati non potranno riprendere “fin quando gli Usa non porranno fine alle loro violazioni del memorandum d’intesa” raggiunto a giugno.
Al centro della trattativa resta soprattutto lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per i flussi energetici mondiali. Teheran e l’Oman stanno discutendo un accordo che sarebbe ormai alle battute finali e che dovrebbe definire nuove rotte di navigazione. Ma l’Iran ha escluso che un’intesa con Muscat comporti automaticamente la riapertura dello stretto. “I colloqui con l’Oman sono incentrati sulla gestione di Hormuz, sull’introduzione di nuove rotte e siamo alla fase finale, potremmo raggiungere un accordo ma ciò non significa che il traffico nello Stretto sarà aperto, perché prima gli Usa devono accettare le nostre condizioni“, ha spiegato Araghchi.