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“I mercati sono troppo ottimisti sulla crescita e sullo shock energetico della guerra in M.O.”: parla Guido Lorenzoni dell’Università di Chicago

Дата публикации: 28-03-2026 05:06:00


Intervista al professor Guido Lorenzoni della Business School dell'Università di Chicago (Booth). "Gli effetti sulla crescita della terza guerra del Golfo potrebbero essere maggiori del previsto". "Ci vorranno quattro mesi o più per ripristinare le forniture energetiche regolari"
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Intervista al professor Guido Lorenzoni della Business School dell’Università di Chicago (Booth). “Gli effetti sulla crescita della terza guerra del Golfo potrebbero essere maggiori del previsto”. “Ci vorranno quattro mesi o più per ripristinare le forniture energetiche regolari”

Anche i missili della prima Guerra del Golfo, tra il 1990 e il 1991, diedero sostanza ad un significativo rallentamento della crescita economica nelle principali economie mondiali. I fondamentali macro di allora non sono paragonabili con quelli di oggi: non c’era la Cina ad influenzare l’offerta industriale globale e la globalizzazione era ancora in procinto di governare i flussi commerciali e produttivi. Oggi con un’economia internazionale molto più integrata di allora e con catene del valore lunghissime, gli effetti della terza guerra del Golfo sulla crescita globale potrebbero essere in parte sottostimati dai previsori.

“Alcuni osservatori tracciano paralleli con i primi anni Novanta, quando l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq portò alla Guerra del Golfo e a uno shock petrolifero con effetti recessivi. Anche a me questo parallelo sembra calzante, e più appropriato di un confronto con il 2021-22, periodo in cui l’inflazione fu accompagnata da una crescita post-pandemica molto robusta in tutte le economie avanzate”, osserva l’economista Guido Lorenzoni che insegna alla Business School dell’Università di Chicago (Booth).

Se il conflitto dovesse invece prolungarsi per mesi, con danni strutturali in alcune infrastrutture energetiche?

“I danni alle infrastrutture ci sono già. Gli analisti prevedono che, anche nell’ipotesi più ottimistica di una rapida conclusione del conflitto, ci vorranno quattro mesi o più per ripristinare le forniture regolari. La mia impressione è che i mercati siano eccessivamente ottimisti, sia sulla crescita che sullo shock energetico nel medio periodo”.

Le tensioni sui prezzi e sugli approvvigionamenti energetici non avranno però effetti uniformi nelle diverse aree economiche?

“Lo shock è globale e toccherà anche gli Stati Uniti, che pure sono esportatori di prodotti energetici. Il mercato dell’energia è un mercato globale: il prezzo dell’energia salirà quindi anche per le famiglie americane, la grande maggioranza delle quali non è proprietaria di pozzi petroliferi. Detto ciò, è plausibile che l’Europa subisca uno shock più forte, soprattutto sul mercato del gas naturale, che è meno integrato a livello globale”.

Nel 2026 l’inflazione era data sotto controllo da parte delle banche centrali. Adesso cosa potrebbe succedere?

“Anche qui, il parallelo con gli anni Novanta suggerisce uno shock inflazionistico meno persistente rispetto a quello del 2021-22, ma più dannoso per la crescita”.

In questa situazione quali potrebbero essere le reazioni della Bce e della Fed?

“La Bce e la Fed vengono da un periodo difficile di lotta all’inflazione: ritengo che le loro reazioni saranno influenzate da questa esperienza. È anche uno dei motivi per cui mi aspetto effetti più negativi sulla crescita. Sulla Fed c’è un elemento di maggiore incertezza legato al cambio di leadership, ma la mia impressione è che, una volta insediato, Warsh si rivelerà un presidente abbastanza convenzionale”.

Negli Stati Uniti, tra dazi e ritocchi verso l’alto degli energetici, sono prevedibili effetti concreti sul carrello della spesa degli americani? In grado di contestare apertamente le scelte militari dell’Amministrazione…

“L’Amministrazione Trump è certamente preoccupata dagli effetti inflazionistici di uno shock energetico. Purtroppo, però, mentre sui dazi Trump poteva andare avanti e indietro a suo piacimento, nel caso della guerra con l’Iran ha un controllo molto più limitato sul corso degli eventi”.

La guerra sta evidenziando ancora una volta le criticità di molte catene logistiche e di produzione globali.

“L’effettiva chiusura dello Stretto di Hormuz evidenzia ancora una volta come l’uso di punti di pressione economica possa causare danni significativi alla crescita globale. Non credo che queste tensioni siano facilmente risolvibili andando nella direzione di forme di reshoring. L’economia delle catene di valore è troppo complessa e dà benefici di efficienza troppo grandi”.

Non si tratta di un’ulteriore spinta verso il reshoring-nearshoring per aree geografiche di affinità strategica?

“Non credo che la politica economica abbia gli strumenti per ridirezionare queste catene, se non creando inefficienze significative. Per questo motivo, la mia impressione è che il livello di integrazione e globalizzazione rimarrà elevato, ma sarà soggetto a shock sempre più frequenti”.

La Terza Guerra del Golfo sta compiendo ulteriori passi di riassestamento delle relazioni internazionali, soprattutto di tipo mercantile.

“Cerco di mantenermi ottimista e continuo a pensare che l’integrazione commerciale mondiale sia una forza in grado di dissuadere i vari attori politici da una visione totalmente conflittuale dei rapporti tra i diversi blocchi. In un certo senso, il fatto che lo shock petrolifero stia spingendo l’Amministrazione Trump a riconsiderare le proprie scelte belliche è un segnale che le relazioni economiche possono contribuire a contenere i conflitti”.

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