La scorsa settimana, giovedì 16 luglio 2026, i giudici hanno letto la sentenza del processo Morandi. Una data che rimarrà nella storia della città e dell'Italia perché il crollo del viadotto Polcevera è una tragedia italiana, che ha ucciso persone di ogni regione e anche straniere che all'ora del crollo si trovavano per caso a transitare sul ponte. Una tragedia che ha segnato la sconfitta della nostra ingegneria e che ci obbliga a trarre insegnamenti affinchè simili sciagure non avvengano più.
I giudici hanno condannato in primo grado i vertici di Autostrade per l'Italia, della società di ingegneria Spea e alcuni dirigenti del Mit (il Ministero dei Trasporti e dei Lavori Pubblici) e consulenti che avevano il compito di curare il ponte. Il processo è durato quattro anni perché si trattava di una tragedia complessa con tanti decessi e tanti imputati e gli addetti ai lavori lo hanno definito uno dei processi più complicati mai celebrati in Italia per il numero delle vittime e degli imputati e perché ha preso in esame i reati più difficili da analizzare, i reati colposi, commessi non volontariamente. Dimentichi il gas acceso e provochi l'esplosione del palazzo, sbagli terapia e il paziente muore. O anche, come emerso nei quattro anni di processo, metti in ordine due pile che sorreggono ponte Morandi ma trascuri la terza rinviandone la cura sino a quando la struttura che - come aveva messo sull'avviso lo stesso ingegner Morandi - aveva un'aspettativa di vita di cinquant'anni, collassa - guarda caso - al cinquantunesimo anno di vita.
Più che una tragedia inaspettata una morte annunciata, come aveva scritto nella memoria il procuratore Massimo Terrile, il regista dell'indagine, morto prima dell'arrivo della sentenza e che per l'inchiesta ha profuso tutte le sue ultime energie nonostante una malattia che lo affliggeva da anni.
Da cronista che ha avuto il privilegio e l'onere di seguire più di ogni altro il processo, assistendo a quasi tutte le 284 udienze, riflettendo su quanto accaduto ho ora la speranza che questa immane tragedia e il monito delle condanne decise dai giudici servano a evitare che capiti ancora, siano un insegnamento affinché le strutture, le nostre strade, i nostri ponti, le case, i palazzi, vengano curati in modo adeguato.
Già la cura, in queste ore Radio Glox, un'emittente di Perugia che sta realizzando uno speciale sul processo Morandi, mi ha contattato per avere la testimonianza di un cronista che ha seguito il dibattimento e alla fine mi ha posto una domanda molto interessante: qual è a mio avviso la parola che meglio di ogni altra esemplifica la tragedia e il processo Morandi?
Riflettendoci ho pensato che il crollo si poteva evitare se i tecnici che negli anni '90, dopo avere curato le pile 10 e 11 del Morandi, si fossero preso cura del ponte come se fosse un proprio figlio, o la propria auto, un proprio bene, curare senza dimenticare di trasmettere, tramandare, a chi avrebbe preso il loro posto ai vertici delle manutenzioni di Autostrade, la necessità di monitorare l'ultima pila, la 9, simile e quasi identica alle altre due, ma dimenticata sino a farla crollare sotto il peso dell'incuria.
Dunque a mio avviso la parola simbolo della tragedia del Morandi, più della parola Giustizia, che c'è stata, è Cura, perché l'unico modo affinché i ponti non crollino ancora è prendendosene Cura, ma una cura vera con C maiuscola.

La scorsa settimana, giovedì 16 luglio 2026, i giudici hanno letto la sentenza del processo Morandi. Una data che rimarrà nella storia della città e dell'Italia perché il crollo del viadotto Polcevera è una tragedia italiana, che ha ucciso persone di ogni regione e anche straniere che all'ora del crollo si trovavano per caso a transitare sul ponte. Una tragedia che ha segnato la sconfitta della nostra ingegneria e che ci obbliga a trarre insegnamenti affinchè simili sciagure non avvengano più.
I giudici hanno condannato in primo grado i vertici di Autostrade per l'Italia, della società di ingegneria Spea e alcuni dirigenti del Mit (il Ministero dei Trasporti e dei Lavori Pubblici) e consulenti che avevano il compito di curare il ponte. Il processo è durato quattro anni perché si trattava di una tragedia complessa con tanti decessi e tanti imputati e gli addetti ai lavori lo hanno definito uno dei processi più complicati mai celebrati in Italia per il numero delle vittime e degli imputati e perché ha preso in esame i reati più difficili da analizzare, i reati colposi, commessi non volontariamente. Dimentichi il gas acceso e provochi l'esplosione del palazzo, sbagli terapia e il paziente muore. O anche, come emerso nei quattro anni di processo, metti in ordine due pile che sorreggono ponte Morandi ma trascuri la terza rinviandone la cura sino a quando la struttura che - come aveva messo sull'avviso lo stesso ingegner Morandi - aveva un'aspettativa di vita di cinquant'anni, collassa - guarda caso - al cinquantunesimo anno di vita.
Più che una tragedia inaspettata una morte annunciata, come aveva scritto nella memoria il procuratore Massimo Terrile, il regista dell'indagine, morto prima dell'arrivo della sentenza e che per l'inchiesta ha profuso tutte le sue ultime energie nonostante una malattia che lo affliggeva da anni.
Da cronista che ha avuto il privilegio e l'onere di seguire più di ogni altro il processo, assistendo a quasi tutte le 284 udienze, riflettendo su quanto accaduto ho ora la speranza che questa immane tragedia e il monito delle condanne decise dai giudici servano a evitare che capiti ancora, siano un insegnamento affinché le strutture, le nostre strade, i nostri ponti, le case, i palazzi, vengano curati in modo adeguato.
Già la cura, in queste ore Radio Glox, un'emittente di Perugia che sta realizzando uno speciale sul processo Morandi, mi ha contattato per avere la testimonianza di un cronista che ha seguito il dibattimento e alla fine mi ha posto una domanda molto interessante: qual è a mio avviso la parola che meglio di ogni altra esemplifica la tragedia e il processo Morandi?
Riflettendoci ho pensato che il crollo si poteva evitare se i tecnici che negli anni '90, dopo avere curato le pile 10 e 11 del Morandi, si fossero preso cura del ponte come se fosse un proprio figlio, o la propria auto, un proprio bene, curare senza dimenticare di trasmettere, tramandare, a chi avrebbe preso il loro posto ai vertici delle manutenzioni di Autostrade, la necessità di monitorare l'ultima pila, la 9, simile e quasi identica alle altre due, ma dimenticata sino a farla crollare sotto il peso dell'incuria.
Dunque a mio avviso la parola simbolo della tragedia del Morandi, più della parola Giustizia, che c'è stata, è Cura, perché l'unico modo affinché i ponti non crollino ancora è prendendosene Cura, ma una cura vera con C maiuscola.