Hugh Howey, l’autore della trilogia Wool, cui la serie tv Silo si ispira, è cresciuto in campagna, nella rurale Carolina del Nord. Durante la guerra fredda. In un’intervista ha ricordato, con una punta di sconcerto, che suo padre, «fervente Repubblicano, […]
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Hugh Howey, l’autore della trilogia Wool, cui la serie tv Silo si ispira, è cresciuto in campagna, nella rurale Carolina del Nord. Durante la guerra fredda. In un’intervista ha ricordato, con una punta di sconcerto, che suo padre, «fervente Repubblicano, al tempo odiava la Russia. Mentre ora i Repubblicani amano la Russia…».

Quando Hugh Howey ha deciso che, oltre a fare il commesso in un negozio di libri, il tecnico audio e il marinaio, avrebbe anche voluto scrivere libri, il mondo che ha immaginato e che ha inizialmente affidato a una piattaforma per l’autopubblicazione, era un silos, come quelli che dalle sue parti si usavano per stoccare il grano. Un luogo rigidamente gerarchico dove l’ordine era garantito da un gran numero di leggi e regolamenti, proprio come quelli di cui parlavano i notiziari che, insieme al suo papà, ascoltava da bambino, quando descrivevano quel mondo misterioso, oltre la cortina di ferro.
Insomma, due buone idee. Che hanno prodotto una trilogia detta anche “Del Silo” che ha venduto più di tre milioni di copie (il primo mezzo milione su Amazon, ancora prima che un editore si facesse vivo) e poi tre stagioni di una serie di successo prodotta da Apple TV (la prima puntata delle 10 che costituiscono la terza serie è già disponibile).
Rebecca Ferguson nella terza stagione di “Silo”.
In Silo Rebecca Ferguson interpreta Juliette Nichols che – non ci trovassimo in un mondo letteralmente al contrario (un futuro imprecisato, un tragico evento ha reso inabitabile il pianeta, poche migliaia di persone sopravvissute vivono confinate in una struttura sotterranea) – potremmo definire un’arrampicatrice sociale.
Rebecca Ferguson come la Ripley di AlienNella prima stagione Juliette Nichols si trova al gradino più basso della scala gerarchica (e una scala, a chiocciola, che si snoda per 144 piani, niente ascensori, è la vera protagonista della vicenda): è un’ingegnera meccanica, unta di grasso, sporca di polvere, l’unica capace di far funzionare il motore che fornisce energia e vita agli abitanti del Silo 18.
Nella terza serie viene eletta sindaca a furor di popolo, dopo un breve passaggio, nella seconda, per l’ufficio dello sceriffo. Ma non si può proprio dire che il suo personaggio miri alle poltrone. Se c’è una cosa che Juliette Nichols sa fare è sistemare le cose, siano ingranaggi, oppure questioni più alte e metaforiche. Come la ricerca della verità, la ricostruzione della Storia. Non è una politica, non è diplomatica. Qualche critico televisivo ha scritto che è un’Indiana Jones del sottosuolo (ma a voler tirare in ballo Harrison Ford, qui siamo più dalle parti di Blade Runner), qualcuno ha ricordato come anche Ellen Ripley, la protagonista di Alien, incarnata per 4 film da Sigourney Weaver, fosse di umili origini come lei, ma forse nell’idea dello sceneggiatore della serie, Graham Yost, che in curriculum ha molte buone battute attribuite a personaggi di donne combattive (Sandra Bullock in Speed, per dirne una), è soprattutto una ribelle.
Rebecca Ferguson e il cast di “Silo”.
In quel connubio tra architettura sovietica e steampunk medievale dove al livello più misterioso e oscuro – la miniera – si alternano le coltivazioni idroponiche e i magazzini delle scorte, per lasciare poi spazio al Palazzo di giustizia – guidato dal rapper Common, secondo leggi stabilite dai Padri Fondatori e applicate da un apparato giudiziario che farebbe impallidire la Stasi – Rebecca Ferguson sale e scende le scale e lotta con sé stessa per cercare di mettere insieme i brandelli di ricordi che l’aiutino a ricostruire quel che è successo nel momento in cui ha lasciato il Silo (ed è l’unica che sia mai riuscita a farvi ritorno, pare…). Ma non ricorda quasi nulla, anche se il fatto che il Silo in cui si trova porti il numero 18 dovrebbe suggerire che ce ne sono da qualche parte almeno altri 17. Del resto – flashback a parte – nessuno ricorda niente nel Silo, un luogo dove anche solo parlare del passato è un reato.
Sul set chi aveva perso tutto negli incendiRebecca, questo è un ottimo momento per la fantascienza, genere ideale per fare riflessioni filosofiche. Silo, un mondo abitato da gente alla disperata ricerca del proprio passato, non può non far pensare al fatto che noi siamo i nostri ricordi. Soprattutto in un mondo che si propone di cancellare la memoria.
Quando ero piccola fantascienza voleva dire Guerre stellari oppure film di serie B. E non sono sicura di aver fatto, allora, grandi pensieri filosofici. Ma ora… ci ho pensato quando ci sono stati gli incendi a Los Angeles. Alcune persone sul set hanno avuto le loro case ridotte in cenere. Case che ospitavano i loro ricordi, luoghi che erano custodi delle loro memorie familiari. Tutto scomparso, polverizzato. Ne abbiamo parlato più di una volta insieme sul set: ci siamo chiesti che cosa si provi quando ti viene portato via quasi tutto. Ovviamente la memoria è nella nostra testa, ma nella vita accumuliamo piccole cose – l’orsacchiotto che hai regalato a tuo figlio, la fede nuziale che ti ha dato tua madre – oggetti che innescano i nostri ricordi. Ora abbiamo le foto, i nostri telefonini ne sono pieni, ma se ti viene tolto tutto ti senti perduto. È anche questo il senso del narrare storie: creare il confronto tra ciò che era e ciò che è, dove siamo e come siamo evoluti. E come, decisamente, NON siamo evoluti.
Jessica Brown Findlay in “Silo”.
Come si inventa una grande eroina, capace di reggere la sfida del tempo, della serialità? Lei è anche produttrice esecutiva di Silo. Questo le permette di entrare nelle stanze della scrittura?
È un terreno complicato… Io non ho mai scritto nulla, non sono una narratrice, cioè lo sono a modo mio, ma non prendo mai in mano la penna. Mi piace stare nel momento, rendere vivo quello che è sulla pagina. A volte quando ricevo una scena, posso solo strabuzzare gli occhi e dire: «Ma come diavolo hanno fatto?». In questa stagione la narrazione della perdita di memoria di quello che è accaduto 300 anni prima va in parallelo con il presente del mondo del Silo 18 che stiamo guardando. È abbastanza incredibile.
Graham Yost ha detto: «Abbiamo un’ottima stanza degli scrittori, e ci sono molte donne, persone di origini diverse, che insieme hanno riflettuto sulla natura del Silo. Perché nel Silo non c’è sessismo, non ci sono questioni di genere, razzismo, omofobia. Ci sono solo le persone. Ma ci saranno sempre delle differenze tra uomini e donne, soprattutto perché gli uomini non possono portare in grembo i figli».
Non ancora (ride).
Ed è vero, non ci sono tutte quelle differenze, ma le classi sociali restano E sono rigidissime. Il suo personaggio pur facendo una strabiliante ascesa, riesce a rimanere umana, in un mondo che in fondo è progettato per distruggere il bene.
Juliette fa solo cose che sono buone? Non lo so, prende decisioni molto audaci che influenzano il Silo e le singole persone in modo anche negativo. C’è una radicalità in lei, perché Juliette ha bisogno di agire. Ha un’intelligenza, un modo di comunicare con i macchinari che ci fanno pensare alla forza. Ma io ho provato a capire la sua vulnerabilità: quando potevo mostrarla? Quando le cose si fanno davvero difficili esce allo scoperto il suo trauma sedimentato nel profondo, i demoni con cui deve misurarsi. Non mi potevo limitare all’aspetto quasi “fumettistico” di lei, gli attrezzi, i muscoli, il sudore. C’erano mille sfumature su cui lavorare per renderla umana. Le ho cercate tutte, una per una.
Ora che in questa ultima stagione della serie capiamo di più sul mondo del Silo che pensieri ha fatto su questo universo che forse dice qualcosa del nostro presente? Hugh Howey ha scritto i libri 13, 14 anni fa e, già allora l’Iran era l’antagonista perfetto. Ma, in realtà non è proprio così….
È sempre faticoso scoprire la verità. E, una volta scoperta, accettarla. E penso che questo sia uno dei motivi per cui Juliette sia un personaggio cui è facile stare accanto. Non è solo per la chiave inglese, il sudore e le braccia forti, è che lei vuole la verità. Ed è come dire: «Ok, vediamo dove vai, ti seguiamo». Da spettatori, vogliamo la verità anche noi, vogliamo sapere cosa sta succedendo in questo nostro mondo e nelle nostre vite. E se incontriamo qualcuno che scardina un sistema e mette in discussione lo status quo è sempre qualcosa a cui guardare con grande ammirazione, no?