Mamme fuori sede
22 ottobre 2026 | 09:30

Essere mamme fuori sede vuol dire crescere un figlio lontano dal proprio paese, tra nidi introvabili, rette fino a 700 euro e videochiamate alle 20:30 con i nonni e le zie. Storie di 30enni partite dall’interno aquilano per lavorare in città, tra la fatica di conciliare tutto da sole e la libertà di non sentire ogni giorno il “ai miei tempi facevo così”.
Queste donne hanno tutte poco più di 30 anni, sono in carriera, partite dallo stesso pezzo di Abruzzo per studiare e poi per lavorare in città diverse, hanno seguito un sogno, il compagno, un’ambizione, poi hanno messo su famiglia lontano da casa. Hanno scoperto due cose nello stesso momento, la prima è che senza nonni vicino, essere mamme “fuori sede” è una maratona di orari e di soldi e la seconda che quel “senza” pesa anche dall’altra parte. In ogni caso il primo dato concreto è che senza la rete familiare che negli anni ’80 permetteva alle nostre madri di tornare al lavoro, le nonne al piano di sopra, le zie a prendere i bambini a scuola, o quando gli asili nido erano un’utopia, tutto è sulle loro spalle. In Abruzzo oggi solo il 23,9% dei bambini trova posto al nido, se si non si entra al comunale, resta il privato, ma se la retta è troppo alta alcune famiglie potrebbero comunque rinunciare a utilizzarlo.
Il costo medio in una struttura privata è di 620 euro mensili nel centro Italia, in alcune città del Nord anche mille euro, mentre se si decide di optare per un asilo nido comunale, e si ha la fortuna di entrare, il costo medio è di circa 300 euro al mese. Le stime parlano di rette comprese tra 400 e 600 euro a bambino, in alcuni casi tra 400 e 700. A questo si aggiunge la baby sitter per coprire il buco tra chiusura del nido e fine lavoro, le malattie improvvise e il costo può incidere soprattutto sul lavoro delle madri, perchè se una famiglia deve destinare 400 o 500 euro al mese al nido, quella cifra viene inevitabilmente confrontata con il reddito del genitore. Ed è vero che tutti hanno fatto figli, ma poi, dal lunedì al venerdì, quando compagni e mariti devono andare a lavorare, quel carico resta per molte ore su una sola persona, la mamma, sola, in una città che non è la sua.
È una solitudine che torna in tante storie, come quella di una delle mamme che abbiamo incontrato, partita dall’Abruzzo interno e oggi fuori sede. Per capire cosa vuol dire davvero quella maratona, bisogna ascoltarla senza filtri. E’ tutto difficile, ma una cosa è certa: è stata la scelta più bella che potesse fare, quella di mettere al mondo una nuova vita. “Niente è più come prima. Non lo sono i giorni, né le notti. Non lo sono le responsabilità, i doveri. Ed è tutto bellissimo, a tal punto che è difficile da descrivere a parole: forse perché è tutto più grande di noi. Diventare mamma per me è stato un privilegio. Quel sogno custodito in un cassetto, finché non ci si sente pronti al grande salto. Farlo in una città in cui ti sei ritrovata a vivere per seguire il tuo compagno porta tuttavia con sé una sfida nella sfida. Crescere una bambina lontana da casa tua, dai tuoi affetti, da quella madre che avrebbe potuto insegnarti come cambiare un pannolino, come gestire le lunghissime notti insonni, come consolare la piccola nei momenti in cui il pianto sembra infinito. Tutto reperibile online? Giusto. Ma per tutto ciò che non possono ‘insegnare’ internet o l’intelligenza artificiale, avere una nonna o la propria famiglia accanto quando nasce la tua bambina è una ricchezza non quantificabile né con numeri né con parole. Perché ci sono notti insonni, coliche a non finire, pasti che saltano e crisi di pianto violente, che arrivano senza che tu possa far nulla per calmarti. È qui che la tecnologia arranca e fallisce, ed è qui che tutte meriteremmo qualcuno ad asciugarci le lacrime e a regalarci pochi attimi per noi, per ricordarci chi siamo. E per ricordarci che, forse, è ancora possibile trovare 10 minuti per un bagno caldo o prendersi una mattina per andare dal parrucchiere. La maternità, del resto, è un mix di emozioni che sembrano arrivare da ogni dove, l’unico cocktail che arriva dopo 9 mesi di astinenza dall’alcol. Si inizia con un amore nuovo per qualcuno che hai creato tu e si fa fatica a realizzare. Poi arriva la botta: ti senti diversa, dentro e fuori, senti che la tua vita è cambiata per sempre w perdi ogni certezza. Personalmente mi sono sentita sopraffatta e chiedere aiuto è stata la mia salvezza. Crescere un figlio non dovrebbe mai farti sentire sola, se 40 anni fa si parlava del “villaggio”, cioè una grande, grandissima famiglia pronta ad accogliere neo mamma e nuovo arrivato, oggi il mondo è radicalmente diverso. Il lavoro ci porta lontano e tra impegni, spese e paure, sempre più persone rinunciano ad avere un figlio. Io, in realtà, sono a sole poche ore di distanza da casa, poco più di 100 chilometri, un’autostrada incerottata per gli infiniti cantieri e…aspetto impossibile da sottovalutare, convivo, da sempre, con la mia più grande compagna: l’ansia. Eppure un giorno ho deciso di buttarmi, ed eccomi qui, ora, mentre stringo la mia bambina tra le braccia, so che là fuori gli impegni torneranno a bussare alla mia porta e che, molto spesso, non potrò avere alcun villaggio accanto. Ci sono l’asilo nido, le baby sitter… Ma non tutti possono contare su questi aiuti. Eppure sono sicura che neanche per un secondo penseremo che non ne sia valsa la pena“.
Essere lontani, però, non è solo mancanza, è anche un respiro, perchè vengono a mancare quei consigli dalle mamme e dalle suocere spesso non richiesti e che, a volte, mandano pure “fuori di testa”. Una libertà che, soprattutto nei primi mesi, può diventare serenità, come racconta un’altra neomamma “fuori sede”. “Ogni neo genitore ha bisogno del cosiddetto ‘villaggio’ di sostegno, formato da famiglia e amici, ma cosa succede quando quella rete non è dietro l’angolo? Quando i nonni e gli zii vivono a decine o centinaia di km? Avere un figlio lontano dalla propria famiglia significa scoprire molto presto che la maternità e la paternità non sono fatte soltanto di pannolini, poppate, notti insonni e primi sorrisi. Sono fatte anche di organizzazione, incastri imperfetti ma necessari. Il primo anno di vita può essere quello in cui questa assenza pesa maggiormente e per alcuni genitori significa chiedere più permessi, consumare ferie, affidarsi a una babysitter – chi può permetterselo – oppure riorganizzare completamente gli orari, perché un bambino non rispetta gli impegni in agenda. In questo modo, insieme alla gioia per l’arrivo di un figlio, può comparire una paura molto concreta: riusciremo a conciliare davvero il lavoro e la vita sociale con la maternità e la paternità? Essere genitori ‘fuori sede’ può anche significare però avere più libertà e meno interferenze da parte del resto del villaggio. Non sentire costantemente i famosi ‘io ai miei tempi facevo così…’ può giovare alla serenità della famiglia appena nata. Non sempre i consigli sono interferenze, naturalmente e per moltissime famiglie la presenza dei nonni rappresenta un aiuto prezioso e insostituibile”.
Vero che il carico è delle mamme, ma c’è anche un mondo d’amore dietro che soffre in un altro modo, ed è quello dei nonni e degli zii rimasti a casa. I nonni di oggi sono mediamente più giovanili dei nostri nonni, lavorano ancora, guidano, hanno lo smartphone, le nonne vanno a pilates. Ma sanno una cosa che non diciamo mai ad alta voce: non sanno quanto tempo avranno per vedere crescere quei nipoti, e così, nell’epoca della videochiamata, è successo un paradosso bellissimo, i nonni che per motivi di salute, di lavoro, di distanza, non possono spostarsi spesso, hanno ricominciato a fare cose che pensavamo perse. Scrivono lettere, mandano cartoline, hanno imparato ad usare Amazon per far arrivare un pacchettino il martedì, senza motivo, o per l’onomastico, con dentro un libricino, un pigiamino, un giocattolino, o meglio ancora mandano, tramite il corriere, “il pacco da giù”, che costa 30 euro, ma in giornata fa arrivare da L’Aquila a ovunque, il ciambellone fatto dalla nonna ancora tiepido, le uova delle galline felici, i salami di Rovo, il pane di Collemaggio, le mozzarelle di Campo Felice. Sono piccoli gesti che dicono una cosa sola: “Nonnò, ci sono, anche se sono lontano”. Non è più la nonna che ti tiene il bambino mentre vai a lavorare, è quella che ti tiene su con un messaggio alle 21:47: “Come ha mangiato oggi?”
Sono due facce della stessa migrazione interna, quella di tanti genitori che per studiare o lavorare hanno lasciato la propria terra e hanno formato famiglia fuori, da una parte ci sono loro che tengono insieme orari, lavoro e nidi costosi, dall’altra una generazione di nonni più giovanili, più presenti digitalmente, ma più lontani fisicamente, che ha imparato a fare i nonni su uno schermo e con un pensiero spedito con corriere. In mezzo, ci sono bambini e bambine che crescono sapendo che a poche ore di macchina c’è un mondo d’amore intero che li aspetta. Dopo l’università, è una genitorialità fuori sede, faticosa, costosa, ma anche piena di un amore che viaggia in videochiamata e che, ogni tanto, bussa alla porta in un pacco del corriere.
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