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Ci sono genitori che quando parlano del futuro dei propri figli li caricano – magari inconsapevolmente - della responsabilità di realizzare ciò che loro hanno mancato. In L’estranea, Paolo Strippoli trasforma questa confusione tra amore e ambizione in una favola diabolica e horror sul potere materno dove una madre cerca di salvare la propria famiglia anche se ogni salvezza esige una nuova vittima. Un’intuizione interessante che però, strada facendo, sembra fidarsi sempre meno della sua forza e sempre più della necessità di dimostrarla.
La trama
Presentato in concorso alla Mostra di Venezia, il film mette al centro Anna, interpretata da Jasmine Trinca, e una confessione consegnata alla figlia Alice durante una notte di pioggia. All’origine del racconto c’è un incidente che ha minacciato il futuro della ragazza quando era bambina; subito dopo, l’apparizione di una sconosciuta disposta a intervenire, purché qualcun altro ne paghi il prezzo. Una sorta di patto faustiano che trasforma il miracolo in una transazione ponendo domande non banali: quanto dolore si può trasferire su un figlio per salvare l’altro? Chi autorizza una madre a decidere? Ma soprattutto che cosa Anna intende salvare? Il corpo della figlia, certamente, ma anche il futuro che ha immaginato per lei, e dunque una parte della propria identità.
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Ci sono genitori che quando parlano del futuro dei propri figli li caricano – magari inconsapevolmente - della responsabilità di realizzare ciò che loro hanno mancato. In L’estranea, Paolo Strippoli trasforma questa confusione tra amore e ambizione in una favola diabolica e horror sul potere materno dove una madre cerca di salvare la propria famiglia anche se ogni salvezza esige una nuova vittima. Un’intuizione interessante che però, strada facendo, sembra fidarsi sempre meno della sua forza e sempre più della necessità di dimostrarla.
La tramaPresentato in concorso alla Mostra di Venezia, il film mette al centro Anna, interpretata da Jasmine Trinca, e una confessione consegnata alla figlia Alice durante una notte di pioggia. All’origine del racconto c’è un incidente che ha minacciato il futuro della ragazza quando era bambina; subito dopo, l’apparizione di una sconosciuta disposta a intervenire, purché qualcun altro ne paghi il prezzo. Una sorta di patto faustiano che trasforma il miracolo in una transazione ponendo domande non banali: quanto dolore si può trasferire su un figlio per salvare l’altro? Chi autorizza una madre a decidere? Ma soprattutto che cosa Anna intende salvare? Il corpo della figlia, certamente, ma anche il futuro che ha immaginato per lei, e dunque una parte della propria identità.
Il cast de 'L'estranea' al photocall della Mostra di Venezia
Il desiderio di protezione si confonde quindi con quello di possesso. E qui il film tocca una verità poco consolante: si può amare qualcuno e, nello stesso tempo, considerare intollerabile che diventi una persona diversa da quella prevista. Strippoli ha il merito di scegliere un terreno moralmente scomodo. La costruzione narrativa, tuttavia, tende a renderlo troppo ordinato. Il ritorno delle offerte e delle loro conseguenze finisce per esporre il funzionamento del congegno. Cambiano le condizioni, cresce la posta, ma la ripetizione lascia sempre meno spazio alla sorpresa. Lo spettatore viene invitato a interrogarsi sulla responsabilità mentre impara ad aspettare la prossima clausola. Anche i personaggi, definiti spesso da un’ambizione o da una vulnerabilità dominante, faticano ad acquistare una vita oltre il ruolo assegnato loro dalla favola.
Sviluppa con ambizione il soprannaturaleÈ un limite che pesa soprattutto sul racconto della famiglia. Perché un legame diventi soffocante, bisogna averne avvertito anche il calore, la convenienza quotidiana, la capacità di dare felicità. Se invece ogni relazione sembra già orientata verso la propria fine, la scoperta dell’orrore perde qualcosa. Il meglio qui lo dà Valeria Bruni Tedeschi, nei panni della sconosciuta. La sua eleganza sarcastica rende il male quasi socievole: una presenza capace di conversare, aspettare, divertirsi alle spalle di chi le sta davanti. Ma questa leggerezza crudele crea anche uno squilibrio perché quando il diavolo è così divertente, il dramma perde forza. Resta una buona idea di cinema: usare il soprannaturale per mettere a nudo il linguaggio con cui giustifichiamo il controllo sugli altri. L’estranea la sviluppa con ambizione, ma la irrigidisce in un percorso troppo sorvegliato. Anna sarebbe stata più inquietante se al termine del racconto avesse trovato nel patto una giustificazione per il proprio bisogno di controllo mostrando come il suo vero terrore fosse lasciare ai figli la libertà di vivere senza di lei.
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