Non una parola di solidarietà a Zelensky, diversamente dagli altri leader europei. Oltretutto sullo scontro si registra solo la voce della Lega, favorevole a Trump. E in più poco o nulla si muove sul tredicesimo pacchetto di aiuti all'Ucraina, complicando il rispetto dell'impegno preso insieme alla Francia per l'invio a fine ottobre
Italia ritorna osservata speciale sull'Ucraina. Nel day after delle parole di Donald Trump contro Volodymyr Zelensky - "è tempo che l'Ucraina abbia un nuovo presidente" - vari leader europei hanno mostrato sostegno e solidarietà al presidente ucraino, con comunicati e telefonate. All'appello manca ancora la voce di Giorgia Meloni. Tra la presidente del Consiglio e il presidente ucraino, secondo quanto risulta a HuffPost da fonti vicine al dossier, non ci sono stati contatti telefonici. Oggi Meloni ha diramato una nota di solidarietà per l'Arabia Saudita per gli attacchi degli Houthi, ha espresso vicinanza personale e del governo a Papa Leone XIV per i suoi problemi di salute, ma nulla sulla questione ucraina. E nella coalizione di maggioranza l'unica voce sul tema è stata della Lega. Che ha dato ragione a Trump. Le parole del presidente degli Stati Uniti, è il senso del ragionamento del partito di Matteo Salvini, sono "l'ultima sveglia per Bruxelles".
Pur rimanendo paladina del sostegno formale a Kiev, negli ultimi mesi Meloni ha tenuto una posizione più fredda sul dossier. Basta guardare i fatti: dal 2022 al 2025 il governo italiano ha mandato 12 pacchetti di materiale, anche militare, utile a sostenere l'Ucraina contro l'aggressione della Russia. Nel 2026 non è stato invece mandato nulla, nonostante il via libera del Parlamento. Per mesi è passato sotto silenzio, ma ora si profila una scadenza che agita il governo. Durante l'estate era stato annunciato l'accordo con la Francia per mandare, entro la fine di ottobre, una serie di supporti a Kiev, tra cui missili Aster 30. Strumenti di ultima generazione, prodotti dal consorzio italofrancese Eurosam, per la difesa aerea. Il pacchetto in cui dovrebbero rientrare questi armamenti - il tredicesimo pacchetto Ucraina - è però ancora fermo. Una bozza da cui partire dovrebbe esserci, ma è rimasta nelle stanze del ministero della Difesa. Manca il passaggio fondamentale per l'invio. Ma soprattutto manca l'accordo nel governo.
Affinché le armi partano per l'Ucraina è necessario che il ministro della Difesa riferisca al Copasir. Solo dopo l'illustrazione del contenuto (segreto) del pacchetto al Comitato per la sicurezza della Repubblica, il materiale può partire alla volta di Kiev. Al momento però non risulta un'audizione imminente del ministro Guido Crosetto al Copasir. Come ci confermano due fonti, nella prossima settimana il comitato si occuperà di altro. "Adesso vedrò, vedrò nelle prossime settimane", ha detto il ministro a chi, alla festa del Foglio a Firenze, gli chiedeva quando sarebbe andato a riferire. È improbabile che un atto così poco gradito alla Lega venga realizzato proprio nella settimana del congresso straordinario, convocato da Matteo Salvini per il 24 e il 25 ottobre.
La premier ha sempre mostrato una linea diversa rispetto al suo vice sull'Ucraina, ma in queste settimane sta cercando di dare una mano all'alleato in difficoltà: il crollo del consenso della Lega è un problema anche per lei, soprattutto con la nuova legge elettorale: "Abbiamo bisogno che la Lega risalga, almeno un po', nei consensi", dice uno dei fedelissimi della premier. Cosa fare, allora? Attendere gli ultimi giorni utili, l'ultima settimana di ottobre, e poi decidere il da farsi. A meno di strappi epocali, Roma non è nelle condizioni di rompere il patto con Parigi e Kiev. Il pacchetto dovrebbe partire alla fine, ma il fatto che arrivi all'ultimo momento, e dopo un evidente disaccordo all'interno del governo e nonostante l'intesa con la Francia, non è un buon segnale per l'Ucraina né per il resto d'Europa.
Che il sostegno a Kiev non fosse più in cima alle priorità della premier si era capito da altri segnali: durante l'ultimo vertice Nato per esempio l'Italia aveva spinto per limitare al 2026 la spesa dell'Alleanza atlantica per l'Ucraina, mentre invece tutti gli altri membri volevano estenderla al 2027, come è poi accaduto.
Meloni non si sta riposizionando. Non ci sono elementi per dirlo. Resta un'alleata dell'Ucraina senza troppa sostanza. Che ora cerca di esporsi sempre di meno, complice l'avvicinamento alle elezioni politiche. I sondaggi raccontano di elettori sempre più timorosi per le loro condizioni economiche e, di riflesso, scettici sulle spese militari. L'Ucraina così paga in Italia le urne che si avvicinano, le divisioni tra i partiti e la corsa ad arginare Roberto Vannacci, primo della lista tra gli oppositori del sostegno a Kiev.
Nel corso della giornata di domenica dall'opposizione si leva la domanda su che fine abbia fatto Giorgia Meloni: "Qualcuno informi rapidamente la presidente del Consiglio di quello che sta accadendo nel mondo. Perché a tuttora non è dato a sapersi come la pensi sulle incredibili intemperanze di Trump, che minacciano di consegnare l'Ucraina nelle mani di un dittatore imperialista e sanguinario, di spaccare l'Europa e di trasformarci in piccole gemme della corona di un impero. È così che si difende la Nazione, la sovranità e via discorrendo?", si chiede Enrico Borghi di Italia Viva. "È giunto il momento di tracciare una linea sulla sabbia e prendere le distanze da un nemico della democrazia quale è Donald Trump. Lo hanno capito gli americani che si preparano a sanzionarlo alle urne fra un mese, è il momento che anche Giorgia Meloni prenda definitivamente le distanze da un personaggio sinistro", afferma invece Daniela Ruffino di Azione.