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Il Fine vita del Veneto spacca il governo: Meloni stretta tra la Lega e l’ala cattolica che vuole impugnare la legge

Дата публикации: 07-10-2026 13:33:00

Manca un mese alla scadenza per impugnare la legge veneta sul suicidio assistito. Calderoli la considera difficilmente attaccabile, Mantovano spinge per il ricorso e Nordio dice "più sì che no". Per Palazzo Chigi il rischio è aprire uno scontro con Zaia e la Lega

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Un mese esatto. Tanto manca al giorno in cui scadrà la possibilità per il governo di impugnare la legge veneta sul fine vita. Un dossier molto più complicato di quello che si possa pensare. Perché il Veneto, regione a guida centrodestra, non è la Toscana, l’Emilia Romagna o la Sardegna. In quei casi l’esecutivo ha avuto gioco facile: impugnare la legge di una “regione rossa” è stata una sfida non solo di merito, ma politica. Questa volta però è diverso: innanzitutto perché impugnare la legge di una regione di centrodestra significherebbe fare un frontale con la Lega. E con Luca Zaia, da sempre in pole position nella battaglia per arrivare a una legge sul suicidio assistito. Non tutto il governo è disposto a questo frontale, e per questo il dibattito interno è molto acceso e le posizioni divise. In secondo luogo, se la prima versione del testo era uguale a quella approvata dalle altre regioni - e proposta dall’associazione Luca Coscioni - il risultato in questo caso è diverso. In fase di discussione al consiglio regionale del Veneto, è stata approvata una serie di emendamenti che hanno reso accettabile il testo anche all’ala della Lega più vicina a Matteo Salvini. Come quella rappresentata dal presidente della Regione, Alberto Stefani, che ha rivendicato le modifiche. Gli emendamenti non solo hanno consentito che la norma passasse in Consiglio regionale, ma potrebbero averla blindata. Rendendola compatibile con la sentenza della Corte costituzionale sul suicidio assistito. 

Il testo approvato dal Veneto, secondo una parte del governo tra cui il ministro agli Affari regionali Roberto Calderoli, è davvero poco attaccabile. Rispetta tutte le accortezze necessarie nei casi dei malati che, dopo un periodo di sofferenze fisiche e psichiche, vogliono accedere al fine vita. Sono state valorizzate le cure palliative, il percorso d’accesso è lungo e costellato di figure professionali che affiancano i malati. Resta un cavillo dubbio, che potrebbe convincere il governo di avere buone chance davanti alla Consulta. Riguarda l’inciso “ove richiesta” dove si parla della visita medica della persona che chiede il suicidio assistito. Ma è un cavillo che basterebbe ritoccare, così da non incappare in eventuali problemi di costituzionalità. Per farlo basterebbe un confronto tra governo e Regione. Interlocuzione che, ha detto il presidente del Consiglio regionale Luca Zaia, non è ancora partita. Né è stata richiesta dal governo.

Bocche cucite a Palazzo Chigi, dove la questione è oggetto di attenta riflessione. Nella consapevolezza delle divisioni all’interno del governo sul tema. Perché da un lato ci sono i leghisti che vorrebbero evitare che il governo censurasse la loro roccaforte, dall’altro c’è l’ala cattolica - capitanata da Alfredo Mantovano - che sarebbe pronta ad andare alla Consulta. La linea di Calderoli infatti non ha convinto tutti. Tanto che, interpellato dal Messaggero sulla possibile impugnazione da parte del governo, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha detto “più sì che no”.

Se da un lato c’è l’esigenza di tenere buona la Lega, dall’altro lato c’è la necessità di non sembrare incoerenti. Nei mesi scorsi la maggioranza e il governo si sono sempre scagliati contro le leggi regionali sul fine vita perché ritenevano che dovesse legiferare lo Stato, salvo poi tenere bloccate le proposte di legge sul tema che da anni giacciono in Parlamento. Un invito a evitare che ognuno legiferasse per sé era arrivato dal ministro della Salute, Orazio Schillaci, e dalla ministra della Famiglia Eugenia Roccella. Parole chiare rispetto alle quali ora è difficile tornare indietro. Come sempre, l’ultima parola spetterà a Giorgia Meloni. Che non è mai stata una sostenitrice di una legge sul suicidio assistito. La premier dovrà decidere se mettere i bastoni nelle ruote a una regione amica che ha fatto una legge di civiltà o chiederle soltanto di limare il cavillo sgradito al governo. Una decisione non facile, in un contesto in cui la Conferenza episcopale italiana continua a spingere per una legge nazionale. E in cui il Parlamento ha, per l’ennesima volta in sette anni, volutamente accantonato il dossier nel cassetto. Con il benestare del governo.

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