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L?auto ferita e i 100 mila licenziamenti, così esplode la protesta delle fabbriche

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

Circa 100 mila dipendenti persi dal 2019. Tanto vale la dote già tagliata dalla storica industria automobilistica tedesca secondo i numeri della lobby del settore VDA. E altri tagli stanno...

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Circa 100 mila dipendenti persi dal 2019. Tanto vale la dote già tagliata dalla storica industria automobilistica tedesca secondo i numeri della lobby del settore VDA. E altri tagli stanno arrivando, a partire dai 50mila (la seconda tranche) di Volkswagen che faranno da apripista al resto del comparto. Sempre secondo le stesse fonti, la Volkswagen ha presentato piani che potrebbero alla fine influenzare altre 100.000 posizioni a livello globale. Mentre BMW sta tagliando circa 8.000 posti di lavoro e Mercedes-Benz, che sta riducendo la produzione in Germania, vuole espandere le operazioni a basso costo in Ungheria.

Si tratta di una ferita che arriva dritto al cuore dell'industria tedesca con effetti a catena importanti, visto che i fornitori dell'auto hanno perso 74.000 posti di lavoro tra il 2019 e il 2025, quasi un quarto della loro forza lavoro, calcola Bloomberg. Non una buona notizia mentre la Bundesbank prevede il Pil in rallentamento nel terzo trimestre.

L'esplosione della crisi dell'auto tedesca non è che la cartina di un modello inceppato, superato dagli eventi. Con tutti i rivoli che questa crisi segna nel resto d'Europa. Tra Green Deal, investimenti monstre non così fruttuosi nell'elettrico, la violenta concorrenza cinese e una crisi energetica a dare il colpo finale, l'ennesima valanga di licenziamenti con tanto di profit warning sui conti annunciato da Volkswagen è solo la goccia che fa traboccare il vaso.

Tanto da spingere decine di migliaia di lavoratori, ieri, in tutta la Germania a scendere in strada per chiedere un intervento che fermi l'emorragia, all'indomani di una tornata elettorale drammatica per la Cdu di Merz. Per le migliaia di dipendenti Volkswagen, Mercedes-Benz, Bmw, Audi, Porsche e i tanti fornitori, sostenuti dal potente sindacato IG Metall, si tratta di proteggere gli impianti con una riduzione dei costi energetici e di difendere la produzione interna dalle importazioni a basso costo. Un'impresa complicata con i prezzi dell'energia che pesano ancora di più in una Germania a corto di gas, con gli stoccaggi per l'inverno pieni solo a metà. Anche l'ultimo annuncio del governo, con 2,5 miliardi sul tavolo con l'intenzione di mettere un tetto al prezzo dei carburanti, non sembra una soluzione né facile da implementare né risolutiva. Ma anche fare muro alla concorrenza cinese è ormai considerata una missione impossibile.

Prendiamo l'allarme di Volkswagen, la più grande casa Ue: ha rivisto al ribasso la previsione di margine operativo a non più dell'1%, da almeno il 4% precedente, dando la colpa al peggioramento delle condizioni in Cina, ai costi di ristrutturazione e a una svalutazione da 6,9 miliardi legata a Porsche. E del resto anche Bmw ha ridotto a giugno le prospettive all'1%.

I concorrenti

Dietro una crisi che viene almeno dal 2019, ci sono concorrenti cinesi capaci di sfornare nuovi modelli in meno di due anni. Senza contare gli outsider del settore, come il produttore di smartphone Xiaomi Corp, che si stanno cimentando in nuove auto smart. Le produzioni cosiddette "China Speed", con legioni di lavoratori a basso costo e una flessibilità impensabile per le fabbriche europee, stanno letteralmente sbaragliando il mercato, da quando l'invasione dell'Ucraina ha privato Berlino del gas russo a buon mercato, da quando si è fatto sentire il rallentamento della Cina alle prese con una sovracapacità senza precedenti, e da quando concorrenti locali come BYD hanno invaso il mondo, a partire dall'Europa, con prodotti ben più economici, e con standard in crescita, rispetto ad alcuni dei modelli più venduti da Berlino.

È finita così la stagione felice di storici produttori che hanno prosperato per decenni con energia relativamente economica, mercati aperti, domanda in forte espansione dalla Cina e senza un Green Deal che ha puntato dritto sull'elettrico con troppa demagogia e poco rispetto del tessuto industriale. Il risultato è che Volkswagen è ormai fuori dall'Eurostoxx 50, l'indice dei big Ue per capitalizzazione, dopo un calo del 30%, in linea con Mercedes. dai massimi di fine 2025. Il crollo di Bmw arriva invece al 37%.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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