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Il Governo pensa a una partecipazione pubblica nell’ex Ilva, il piano per bloccare i licenziamenti

Дата публикации: 09-09-2026 08:54:46

Il Governo ha aperto alla possibilità che lo Stato torni a possedere una parte dell'ex Ilva, mentre i licenziamenti di massa sono bloccati

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Il Governo ha ordinato di bloccare i licenziamenti di massa dei lavoratori dell’indotto dell’ex Ilva di Taranto, seguiti alla decisione del tribunale di Milano di fermare dell’area a caldo dell’impianto. In un incontro con i sindacati l’Esecutivo ha anche aperto alla possibilità di una nuova partecipazione statale.

Le questioni aperte sull’impianto di Taranto sono però ancora moltissime. C’è la vendita ai privati, che non è esclusa anche in caso di una partecipazione statale, la transizione ecologica dell’impianto, il riassorbimento degli esuberi e soprattutto una nuova decisione del tribunale di Milano, a cui lo Stato ha chiesto di far continuare la produzione a caldo.

Cosa è stato deciso nella riunione tra Governo e sindacati sull’ex Ilva

Il Governo ha incontrato i sindacati in una riunione sulla situazione dell’ex impianto Ilva di Taranto, oggi gestito dalla società statale Acciaierie d’Italia e da tempo in grave crisi. L’incontro è stato definito “molto teso” da diverse fonti, ma le due parti sembrano essere arrivate a una soluzione transitoria per affrontare il problema principale: i licenziamenti di massa nell’indotto.

Da quando il tribunale di Milano ha ordinato la chiusura della parte “a caldo” dell’impianto, infatti, le aziende che operano a servizio dell’acciaieria sono entrate in crisi hanno iniziato a licenziare i propri dipendenti per mancanza di lavoro. Il Governo ha ordinato di bloccare questi licenziamenti, trovando un accordo con le associazioni delle imprese.

La decisione del tribunale di Milano sul ricorso del Governo

La speranza dell’esecutivo è che i giudici di Milano cambino idea. Oggi 9 settembre, infatti, il tribunale avrebbe dovuto esprimersi sull’istanza di sospensiva contro la decisione di fermare l’area a caldo. I giudici però hanno posto la riserva sulla decisione, che arriverà entro il 16 settembre.

Nel frattempo, durante l’incontro con i sindacati, il Governo ha concesso un’importante apertura: per accompagnare i privati che dovrebbero acquistare Acciaierie d’Italia nella transizione green dell’impianto ex Ilva di Taranto, lo Stato potrebbe mantenere una partecipazione nell’azienda.

I dilemmi dell’ex Ilva di Taranto

Alla base dei problemi dell’acciaieria ex Ilva di Taranto c’è un dilemma. L’impianto dà lavoro, tra indotto e dipendenti diretti, a 18 mila persone, in una città di 184 mila abitanti. La chiusura totale dell’impianto, che di fatto si realizzerebbe con il blocco dell’area a caldo, sarebbe disastrosa per l’economia locale.

D’altra parte, però, l’area a caldo ha inquinato e continua a inquinare l’aria di Taranto e dei dintorni. Varie ricerche, alcune delle quali dell’Istituto Superiore di Sanità, hanno registrato in questa zona una mortalità in eccesso per malattie tumorali tra il 10% e il 15%, con il 30% in più di tumori ai polmoni sulla media nazionale e picchi del 49% di eccesso nei tumori maligni tra gli uomini.

La transizione green

Non esiste quindi una soluzione semplice al problema dell’ex Ilva. Tenerla attiva significa danneggiare la salute dei cittadini, ma chiuderla significa mettere a repentaglio l’economia di un’intera città. Il Governo sta provando a trovare una via di mezzo: la transizione green. Se si riuscisse a tenere l’impianto attivo senza emissioni nocive, il dilemma sarebbe risolto.

Per farlo serve però riconvertire l’intero impianto. Oggi l’ex Ilva di Taranto produce acciaio a partire dal ferro e dal carbone, la cosiddetta fusione tradizionale, che produce moltissimi inquinanti. Il Governo vorrebbe riconvertire l’area a caldo in forni ad arco elettrico che fonderebbero un particolare ferro pre-trattato, il Dri (Direct Reduced Iron, ferro preridotto). In questo modo si ridurrebbero quasi a zero le emissioni e si produrrebbe acciaio di alta qualità partendo dalla materia prima.

La vendita ai privati

Per questa conversione servono però fondi ingenti e lo Stato non sembra avere l’intenzione, né le risorse, per un investimento simile. Da anni, quindi, vari Governi stanno provando a vendere Acciaierie d’Italia a società private. Ogni tentativo però è per ora fallito. L’ultima offerta è arrivata da un consorzio di imprenditori italiani.

Si tratta soprattutto di proprietari di acciaierie, molte delle quali del Nord. Il loro interesse, però, è soprattutto per l’area a freddo, quella dedicata alla lavorazione, non alla produzione, dell’acciaio. Per questo motivo lo Stato potrebbe mantenere una partecipazione nel capitale, in modo da assicurarsi che l’area a caldo non venga abbandonata e sia invece, nel tempo, riconvertita alla produzione partendo dal Dri.

Che fine faranno i lavoratori che rimarranno esclusi

A questo scopo il Governo ha aperto alla creazione di un “tavolo permanente“, un organismo di confronto tra Stato, sindacati e rappresentanti delle aziende che gestisca questa fase di transizione. Anche con la conversione dell’area a caldo, però, non è detto che tutti i lavoratori dell’ex Ilva troveranno posto nel nuovo assetto.

Il Governo ha pensato a vari piani in questo senso, in modo da riassorbire tutta la manodopera in esubero attraverso progetti di reindustrializzazione. Il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro ha anche parlato di uno “scivolamento pensionistico“, per i lavoratori diretti, indiretti e dell’indotto eventualmente esclusi.

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