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Stellantis, il prezzo degli errori, chi paga il conto? L’analisi di Marco Bentivogli sulla crisi industriale

Дата публикации: 09-02-2026 05:15:00


Il crollo in Borsa di venerdì 6 febbraio e gli oneri da 22 miliardi non sono un incidente. Nell’analisi su ItalyPost, Bentivogli ricostruisce errori industriali, transizione mal governata e perdita di capacità produttiva. L'elettrico è un alibi e non la causa della crisi
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Il crollo in Borsa di venerdì 6 febbraio e gli oneri da 22 miliardi non sono un incidente. Nell’analisi su ItalyPost, Bentivogli ricostruisce errori industriali, transizione mal governata e perdita di capacità produttiva. L’elettrico è un alibi e non la causa della crisi

Il crollo è arrivato rapido e violento. Venerdì mattina, in mezz’ora, Stellantis ha bruciato 5 miliardi di capitalizzazione, a fine giornata il conto sarà di circa 6 miliardi. Nessuno sconto dal mercato: il titolo ha chiuso a -25% dopo ripetute sospensioni per eccesso di ribasso. Ma quei numeri non sono solo finanza. Sono una dichiarazione implicita di fallimento industriale.

È da qui che parte l’analisi di Marco Bentivogli, pubblicata su ItalyPost, che ricostruisce la crisi come l’esito di una lunga sequenza di scelte industriali sbagliate, più che come un incidente congiunturale o una conseguenza inevitabile della transizione elettrica. Il 6 febbraio 2026 il gruppo annuncia oneri straordinari per 22,2 miliardi di euro, una perdita attesa nel 2025 tra 19 e 21 miliardi e la sospensione del dividendo per il 2026. È la prima vera ammissione, nero su bianco, che una promessa industriale è stata sovrastimata, rinviata e infine riscritta sotto la pressione dei conti.

Dentro quelle svalutazioni c’è la radiografia della crisi: programmi elettrici cancellati, supply chain ridimensionata, garanzie esplose tra inflazione dei costi e qualità deteriorata. Il paradosso è evidente. L’operatività prova a reggere e la liquidità resta elevata, ma il bilancio affonda sotto il peso di rettifiche strategiche rinviate per troppo tempo. Quando una promessa industriale viene riscritta, il mercato presenta il conto subito.

L’elettrico come alibi, non come causa

Attribuire tutto all’elettrico è una scorciatoia. Secondo Bentivogli, il problema non è la tecnologia in sé, ma l’incapacità di governare la transizione dal punto di vista industriale. Stellantis parla oggi di “freedom of choice”: più ibridi, più endotermico evoluto, elettrico solo dove ha senso. Ma questa libertà non nasce da uno slogan ma deriva dalla fiducia dei clienti.

Fiducia nel valore dell’investimento, nella qualità, nell’assistenza, nella rivendibilità, nelle infrastrutture e nella stabilità delle regole. Gli oneri riflettono il costo di aver sovrastimato il ritmo del cambiamento e di aver allontanato l’offerta dalle esigenze reali del mercato. Ma nessun cliente accetta auto meno affidabili, con minore autonomia o ricariche lente. Anche l’elettrico va saputo fare, con ingegneria, qualità e coerenza di prodotto.

La dismissione silenziosa del capitale industriale

La crisi di oggi non è un episodio isolato. È l’ultima puntata di una lunga storia italiana: scambiare capacità industriale con cassa e dividendi. Il caso Magneti Marelli resta un esempio emblematico: venduta, monetizzata, trasformata in cedola straordinaria, per poi finire in Chapter 11 nel 2025. Un capitale industriale ridotto a operazione finanziaria.

Lo schema si ripete con Comau, ceduta a un fondo con Stellantis in minoranza e lo Stato costretto a intervenire con il golden power, e con la progressiva frammentazione del perimetro storico Agnelli/Exor. Ogni operazione, presa singolarmente, può avere una sua logica. Sommate, però, raccontano un Paese che disgrega la propria architettura manifatturiera invece di aggiornarla.

Motori, qualità e reputazione perduta

L’ibrido non è un compromesso temporaneo, ma ingegneria ad alta complessità. Se però nel tempo si assottiglia la base di motoristica endotermica – uno dei punti di forza storici – e ci si uniforma su architetture altrui, la transizione diventa fragile. Il caso PureTech è emblematico. Problemi tecnici, richiami ed estensioni di garanzia si sono sommati fino a produrre un vero danno reputazionale, trasformando un tema industriale in un caso pubblico.

Anche la vicenda del Multijet rimanda a una lezione antica e ancora attuale. Una tecnologia nata in Italia, ceduta quando valeva poco e sviluppata altrove quando il suo valore industriale esplode. È il vizio ricorrente richiamato da Bentivogli: creare competenze, trattarle come commodity e ritrovarsi poi spettatori mentre altri costruiscono prodotto, margini e mercato.

Il reset che pagano fabbriche e lavoro

Nel frattempo, mentre Stellantis concentra investimenti e nuova capacità produttiva fuori dall’Italia, la quota di mercato europea continua a scendere anno dopo anno. Dal 21,6% complessivo del periodo pre-fusione si arriva al 14,3% del 2025. Una perdita strutturale che, osserva Bentivogli, non può essere spiegata solo con l’iper-regolazione europea o con la concorrenza cinese.

Il rischio è che la transizione venga gestita come una pura operazione di contabilità climatica, fatta di pooling sulle emissioni, certificati al posto delle fabbriche e siti produttivi usati come moneta di scambio. Ma la realtà industriale risponde sempre nello stesso modo. Arrivano le svalutazioni, si fermano i dividendi, i piani vengono riscritti. A pagare non sono le ideologie, bensì gli impianti, le filiere e le comunità produttive.

Non si fa politica industriale con i comunicati e non si governa una transizione solo con divieti. Quando un colosso come Stellantis ammette di aver sbagliato traiettoria, il conto non resta confinato in un bilancio. Lo pagano lavoratori e contribuenti. E prima o poi, conclude Bentivogli, qualcuno dovrà chiedere spiegazioni.

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