Una politica di sovranità tecnologica ben calibrata serve a proteggere ciò che rende l'Italia competitiva nel mondo: la possibilità di innestare l'intelligenza artificiale sul proprio tessuto industriale senza cedere il controllo delle informazioni e delle infrastrutture che lo sostengono
L'articolo IA e sovranità tecnologica: perché per l’Italia il terreno su cui si gioca la partita non è solo digitale ma industriale proviene da FIRSTonline.
Una politica di sovranità tecnologica ben calibrata serve a proteggere ciò che rende l’Italia competitiva nel mondo: la possibilità di innestare l’intelligenza artificiale sul proprio tessuto industriale senza cedere il controllo delle informazioni e delle infrastrutture che lo sostengono
La sovranità tecnologica è entrata nel vocabolario delle politiche industriali europee ma ne ha spesso lasciato indefiniti i contorni. L’obiettivo non può essere quello di ricostruire entro i confini nazionali l’intera catena del valore dell’intelligenza artificiale, dai semiconduttori ai modelli fondazionali fino alle infrastrutture cloud. Nessuna economia europea, nemmeno le maggiori, dispone della scala finanziaria e industriale necessaria per competere autonomamente con Stati Uniti e Cina su ogni segmento della filiera. Inseguire un’autarchia tecnologica significherebbe disperdere risorse limitate su obiettivi irraggiungibili, sottraendole a interventi realmente decisivi.
La sovranità va intesa in un senso più preciso e più operativo: come capacità di scelta. Significa poter decidere quali dipendenze accettare e quali evitare, poter verificare dove risiedono i propri dati e chi vi accede, poter sostituire un fornitore quando le condizioni contrattuali, geopolitiche o tecnologiche lo richiedano. È una condizione che si costruisce mantenendo competenze critiche, alternative concrete e potere negoziale. In questo senso, la sovranità tecnologica è compatibile, anzi complementare, con un uso intensivo di infrastrutture e modelli sviluppati altrove.
Per l’Italia questa distinzione ha un rilievo particolare, perché il terreno su cui si gioca la partita non è genericamente digitale, ma industriale. Il vantaggio competitivo dell’Italia non risiede in un singolo settore tecnologico, ma nella forza del suo sistema manifatturiero e nel patrimonio di competenze, processi e know-how accumulato in decenni. È qui che l’intelligenza artificiale può creare o distruggere valore. Dati di produzione, procedure, parametri e conoscenza applicativa non sono semplici informazioni: rappresentano il vantaggio competitivo in forma digitale. Utilizzare l’AI senza controllare dove questi dati vengono elaborati, conservati o trasferiti significa rischiare di compromettere l’autonomia industriale in cambio di un vantaggio di produttività immediato.
È qui che sicurezza e crescita si saldano in un’unica esigenza strategica. Una politica di sovranità tecnologica ben calibrata serve a proteggere ciò che rende l’Italia competitiva nel mondo: la possibilità di innestare l’intelligenza artificiale sul proprio tessuto industriale senza cedere il controllo delle informazioni e delle infrastrutture che lo sostengono. Le pagine che seguono (per approfondire si legga qui, ndr) affrontano questa tensione lungo più dimensioni, con l’obiettivo di mostrare come la forza manifatturiera italiana possa essere trasferita e non dispersa, nella nuova economia dell’intelligenza artificiale.
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Il testo pubblicato è il quarto di una serie di analisi dedicate a Intelligenza artificiale e sovranità tecnologica a firma Franco Bernabè, presidente di TechVisory, che FIRSTonline ospita con cadenza settimanale per gentile concessione dell’autore e della RivistaAI.
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Banchiere, dirigente d'azienda, dirigente pubblico e accademico italiano. E' stato Amministratore Delegato di ENI e di Telecom Italia.