Il maxi-intervento di circa 90 miliardi di dollari sullo yen coordinato tra Stati Uniti e Giappone riaccende il confronto tra banche centrali e mercati: Tokyo può comprare tempo e modificare le aspettative ma non ribaltare i fondamentali economici. Il carry trade continuerà
L'articolo Yen contro dollaro: il sostegno Usa-Giappone alla valuta nipponica è stato imponente ma durerà poco perché non cambia i fondamentali di Tokyo proviene da FIRSTonline.
Il maxi-intervento di circa 90 miliardi di dollari sullo yen coordinato tra Stati Uniti e Giappone riaccende il confronto tra banche centrali e mercati: Tokyo può comprare tempo e modificare le aspettative ma non ribaltare i fondamentali economici. Il carry trade continuerà
Il massiccio intervento di fine luglio, coordinato tra Stati Uniti e Giappone, a sostegno dello yen ha riaperto una questione classica della politica economica: fino a che punto le autorità possono correggere un tasso di cambio quando il mercato continua a muoversi nella direzione opposta?
L’operazione dei giorni scorsi è stata eccezionale per dimensione. Le stime parlano di circa 13,8 trilioni di yen, poco meno di 90 miliardi di dollari, concentrati in appena due sedute. Non si tratta del maggiore intervento valutario della storia in termini cumulati – il Giappone spese molto di più nella lunga campagna del 2003-2004 (340 miliardi di dollari ma per contrastare l’apprezzamento dello yen e non il suo deprezzamento) – ma difficilmente si trovano precedenti di dimensioni comparabili compressi in un arco temporale così breve. Ancora più rilevante è il coinvolgimento americano: non un’iniziativa unilaterale di Tokyo, ma un segnale politico congiunto volto a convincere gli operatori che il deprezzamento dello yen aveva superato livelli considerati accettabili.
Tassi e carry trade: perché la valuta giapponese resta fragileLa debolezza della valuta giapponese, tuttavia, non nasce principalmente dalla speculazione. Riflette fondamentali ben riconoscibili. Il primo è il differenziale dei tassi d’interesse: nonostante il graduale irrigidimento della Bank of Japan, i rendimenti in dollari restano nettamente superiori a quelli in yen (3,5-3,75 contro 1 per cento). Per gli investitori continua quindi a essere conveniente finanziarsi in valuta giapponese per acquistare attività denominate in dollari, alimentando il carry trade. A ciò si aggiungono l’elevata dipendenza energetica del Giappone e la percezione che la BoJ procederà con estrema cautela nella normalizzazione monetaria.
È un punto coerente con una considerazione formulata anni fa da Ben Bernanke, a lungo presidente della Federal Reserve: nelle grandi economie i vantaggi di politiche monetarie indipendenti e della mobilità dei capitali tendono a prevalere sui costi derivanti dalla fluttuazione dei cambi. In altri termini, nel medio periodo il cambio non può essere separato indefinitamente dalle politiche monetarie che determinano i rendimenti relativi delle due valute.
Interventi valutari: quanto possono davvero cambiare il cambioQui emerge il limite strutturale degli interventi sul mercato dei cambi. Le autorità possono modificare improvvisamente il prezzo di una valuta, ma non necessariamente le convenienze economiche che lo determinano. La stessa Banca dei Regolamenti Internazionali, sintetizzando l’esperienza delle banche centrali, osserva che gli interventi valutari sono generalmente considerati efficaci, ma “non sono una panacea”. Funzionano soprattutto quando correggono movimenti eccessivi o temporanei; molto meno quando cercano di contrastare a lungo fondamentali macroeconomici di segno opposto.
La storia conferma questa distinzione. Interventi grandi e inattesi possono produrre correzioni immediate nell’ordine del 2-5 per cento. Più difficile è conservarle: se tassi d’interesse, inflazione e flussi di capitale continuano a spingere nella direzione precedente, una parte considerevole del movimento viene spesso riassorbita nell’arco di settimane. Una ricerca del Fondo Monetario Internazionale trova infatti evidenza che le banche centrali possono contrastare efficacemente disallineamenti ciclici di breve periodo, più che determinare permanentemente il livello del cambio.
Lo yen resiste, ma la sfida resta legata ai tassiÈ esattamente ciò che il mercato sembra voler verificare questa volta. Dal picco vicino a 164 yen per dollaro del 30 luglio, l’intervento ha immediatamente spinto il cambio fino a circa 155 il 31 luglio, un apprezzamento dello yen superiore al 5 per cento. Nei giorni successivi, tuttavia, il dollaro è tornato sopra quota 158. Il risultato non è trascurabile: lo yen rimane sensibilmente più forte rispetto al punto di partenza. Ma una parte consistente dell’effetto iniziale è già stata restituita.
Per questo il vero test non riguarda tanto i miliardi impiegati, quanto ciò che seguirà. Se l’azione sul mercato valutario sarà accompagnata da una politica monetaria giapponese più restrittiva, o almeno da una revisione credibile delle aspettative sui tassi, l’effetto potrà consolidarsi. Se invece resterà intatto l’ampio differenziale di rendimento fra Stati Uniti e Giappone, gli operatori continueranno ad avere un incentivo strutturale a vendere yen.
L’elemento nuovo rispetto agli interventi del 2022 e del 2024 è il sostegno americano. Esso aumenta fortemente il valore segnaletico dell’operazione e rende più rischioso per il mercato scommettere contro Tokyo. Ma non modifica la regola di fondo: gli interventi valutari possono comprare tempo e modificare le aspettative; difficilmente possono sostituirsi a lungo ai fondamentali macroeconomici.

Giovanni Ferri si è laureato in economia all’Università di Siena, ha conseguito il Ph.D. in Economics alla New York University. È professore ordinario di economia politica alla LUMSA ove ha presieduto il corso di studio magistrale in Economia, management e amministrazione d’azienda (2012-14); ha co-fondato e dirige il Center for Relationship Banking and Economics, sull’importanza dei beni relazionali per valorizzare anche nell’economia la dimensione di persona umana; ha ideato e co-attuato il progetto “Gli studenti crescono con le imprese di famiglia”, per attrarre l’attenzione su un segmento d’impresa vitale per l’Italia ma spesso trascurato dagli studiosi e marginalizzato nel dibattito di politica economica