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Ho visto Nureyev

Дата публикации: 03-07-2026 16:06:00

Il Don Chisciotte creato dalla Scala è così ben fatto che lo ha riportato in vita. Non solo per le coreografie, i costumi, la qualità gioiosa della musica, ma anche per l’energia travolgente che trasmette

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Ieri sera, al Teatro alla Scala, ho visto Nureyev. E mi sono di nuovo innamorata di lui. Senza speranza, ovvio, e non solo per bad timing cronologico. Ma ieri sera Rudolf Nureyev, col suo Don Chisciotte, mi ha teso la sua mano, ha afferrato la mia. E mi ha trascinato nel vortice della gioia, dell'allegria, dell’irresistibile danza popolare di Spagna. Ha dato uno spintone ai brutti pensieri, alle preoccupazioni che qualunque media ci squaderna davanti senza soluzione di continuità da mesi e mesi. Ha detto, vieni con me. E io, come Kitri (ma Kitri l’ha fatto con molta più eleganza di me), l’ho seguito. E non me ne pento.

Anzi, ci tornerei di nuovo, sulla mia poltroncina. Subito, se possibile.
Perché il “Don Chisciotte” che ieri sera ha avuto la sua Prima al Teatro alla Scala, non era "di" Nureyev.
Era Nureyev, tutto intero.

Se la danza classica ha trovato il Primo Ballerino, lo si deve sì, a Vaclav Nijinskj, ma è stato Nureyev a creare il ruolo. Fino a Nureyev, il ballerino era il porteur. Uno che ogni tanto sgambettava un jeté ma soprattutto uno che si issava la stella sulle spalle, o le dava il solido braccio affinchè lei, e solo lei, l’ètoile, ipnotizzasse il pubblico con le sue pirouettes all’infinito. Poi arrivò questo ragazzo fatto di sangue che bolle e di genio, con il suo corpo da Dio greco, con il viso da tormento, e il “primo ballerino” cessò di essere muscoli. Per diventare emozione.

Il carisma del Tartaro Volante lo certificano le centinaia di soldati feriti che, dai loro letti di ospedale, in Crimea, guardavano danzare tra le corsie il bambino ignorante, magro di fame, figlio della donna delle pulizie, con la danza nelle vene, per la misteriosa ragione con cui il genio sceglie in chi incarnarsi. E quella forza, quella bellezza, la naturalezza dei passi che nessuno gli aveva insegnato, diventavano energia che li curava.

Prima di Nureyev, il “Don Chisciotte” era un vecchio balletto di Petipa, su una musica altrettanto decotta, di Markus, compositore specializzato in musica da balletto. Un paio d’ore di quadri di colore, la Spagna sterotipata delle nacchere e dei volant.

Nureyev convoca un orchestratore bravissimo per riscrivere di fatto la partitura, il direttore e compositore inglese che ha conosciuto al Royal Ballet, John Lanchbery. Cambia la storia, e la fa diventare puro intrigo di amore contrastato, che è un classico del balletto classico. Ma in salsa di ironia, di risate. Il cavaliere dalla trista figura e il suo Sancho Panza sono figurine di contorno, ma danno il segno e il colore a tutta la coreografia. Facendo di Don Chisciotte un’opera comica, Nureyev non tradisce Miguel Cervantes: lo capisce e rende giustizia al suo stile, alla sua scrittura e al suo epico romanzo. “E così, per il poco dormire e il molto leggere, il cervello gli si prosciugò in modo tale che venne a perdere il senno”: questo succede all’eroe fissato sui romanzi cavallereschi che si autoinveste cavaliere con una ciotola da barbiere per elmo.

Ma fa anche un’altra cosa, Nureyev. Si regala da sè la parte comica che sognava e che nessun coreografo gli aveva mai offerto.

Il 1 dicembre 1966, quando alla StatsOper di Vienna andò in scena il suo Don Chisciotte, e fu un trionfo, Nureyev era da poco fuggito in Occidente. E forse per questo la sua Spagna, specie nel secondo atto, nelle scene di ballo di gruppo, sa così tanto di Russia?

Lo spettacolo creato dalla Scala è così ben fatto che riporta in vita Nureyev. Non solo per le coreografie, i costumi, la qualità gioiosa  della musica, direttore Gavriel Heine. Proprio per l’energia travolgente che trasmette. Basilio è Timophej Andrjascenko, giovane, gambe muscolose alla Nureyev, talento certo, ma ancora da aggiustare, in certi passi. E tuttavia, che cosa conta se un atterraggio su cento è incerto? Conta la qualità della emozione, e c’è. Poi Nureyev è uno. Punto. Dulcinea Kitri è Nicoletta Manni, etoile di nome e di fatto. E così, non solo i soliti applausi tipo circo alla fine di ogni esibizione di difficoltà. Ma persino più degli applausi, il sorriso sulla faccia della calca di spettatori. E c’erano tanti forestieri, con i loro vestiti da sera un po’ alla tedesca, tanti giovani in camicia, dame milanesi con le perle, ragazze, quante ragazze. Il genio del tartaro Volante ha colpito ancora.

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