La nuova rilettura della Royal Shakespeare Company non è ancora andata in scena e la polemica woke è già servita. Da Biancaneve a The Odyssey di Christopher Nolan, processiamo sempre più spesso le opere prima ancora di vederle. Eppure la domanda dovrebbe essere se funzionano oppure no
Il nuovo Otello della Royal Shakespeare Company è una donna, nera e lesbica. È una generale rispettata in un futuro minacciato dal cambiamento climatico e sposa una Desdemona più giovane. La tragedia di Shakespeare viene riletta attraverso la lente della misogynoir, il termine coniato per indicare la specifica forma di misoginia che colpisce le donne nere. A interpretare Otello sarà Sharon D. Clarke, vincitrice di tre Olivier Award; la regia è di Monique Touko. Lo spettacolo debutterà a Stratford-upon-Avon il 13 febbraio 2027. Nessuno, fuori dal gruppo di lavoro, lo ha ancora visto. Eppure il giudizio è già pronto: è woke, è l'ennesimo attentato a Shakespeare. Oppure è geniale, coraggioso, necessario.
Del resto, ormai funziona così. Basta annunciare la rivisitazione di un classico in cui un personaggio cambia sesso, colore della pelle o orientamento sessuale e si mette in moto una macchina perfettamente oliata. Da una parte chi denuncia la distruzione della civiltà occidentale; dall'altra chi celebra la scelta come intrinsecamente progressista. Seguono editoriali, tweet, accuse di bigottismo e revisionismo, riferimenti alla cancel culture e, quando la fantasia lo consente, immagini di copertina che ritraggono l'autore di turno con l'aria stanca e sconsolata. Stanchi e sconsolati, francamente, cominciamo a esserlo anche noi. Ma delle polemiche sulle riletture.
Qualche settimana fa era toccato all'Elena di Troia afrodiscendente attribuita a Lupita Nyong'o nell'Odissea di Christopher Nolan. Il film non era ancora nelle sale, ma Elon Musk aveva già accusato il regista di aver “violentato l'Odissea” in nome della diversity. Prima ancora c'erano stati la Biancaneve dalla pelle olivastra di Rachel Zegler, la Sirenetta nera, Casanova di Ralph Benatzky e Johann Strauss figlio decostruito come simbolo del patriarcato, Don Pasquale di Gaetano Donizetti trascinato dentro uno scontro tra nostalgici del Ventennio e giovani woke.
In tutti questi casi, il giudizio si è basato sul certificato ideologico delle messe in scena prima ancora che sul risultato artistico, attraverso due automatismi speculari. Per una parte del mondo culturale, spostare il punto di vista su una donna, una persona nera o un personaggio queer è garanzia di valore in sé. Dall'altra parte si è affermata l'idea che intervenire su un classico sia in ogni caso un abuso. Che esista da qualche parte un originale puro, fermo nel tempo, e che il compito dell'artista sia avvicinarsi in punta di piedi, al massimo spolverarlo e rimetterlo al suo posto. Peccato che la storia della cultura sia, in larga parte, la storia di persone che hanno fatto il contrario.
The Tragedy of Othello, the Moor of Venice stessa nasce da una novella di Giraldi Cinzio: William Shakespeare ne riprende parte della trama, ma cambia i personaggi e trasforma profondamente la morale del racconto. Le fiabe hanno viaggiato allo stesso modo per secoli: Biancaneve arriva all’animazione dopo essere passata per i Grimm, che a loro volta avevano raccolto e modificato materiali precedenti, adattandoli alla morale e al pubblico del proprio tempo. E Disney, oggi spesso evocato come custode di un immaginario tradizionale, è stato uno dei più formidabili manipolatori di storie della cultura popolare, tagliando, addolcendo, contaminando, spostando significati. Insomma: molto spesso, quello che chiamiamo “originale” è soltanto una versione alla quale siamo affezionati. Persino trattare i ruoli maschili e femminili come territori inviolabili perde di senso, anzitutto se ci si confronta con Shakespeare: nel teatro elisabettiano, infatti, i personaggi femminili erano interpretati da ragazzi o giovani uomini.
Ecco perché il dibattito sul woke ha prodotto un piccolo disastro, annullando la dicotomia tra libertà creativa e valore artistico. La prima dovrebbe essere praticamente assoluta. Vuoi fare Otello donna, nera e lesbica e catapultarla in un futuro devastato dal clima? Fallo. Vuoi ambientare Amleto in un centro commerciale, trasformare Re Lear in una matriarca o raccontare la moglie di Shakespeare come una veggente, falconiera e guaritrice, come accade in Hamnet? Prego. Non esiste, nei fatti, alcuna commissione incaricata di stabilire i limiti di rielaborazione di un testo o di una storia vera.
Il punto, alla fine, è uno solo: l’opera funziona? Tornando a Hamnet, si può sostenere che si prenda enormi libertà con la vita di Anne, o Agnes, Hathaway, che sposti il peso del racconto da Shakespeare alla moglie e che respiri a pieni polmoni la sensibilità culturale contemporanea. E poi si può concludere: è un capolavoro. Ecco, allora finalmente stiamo parlando di arte.
In definitiva, prima di ogni sentenza, potremmo semplicemente attendere. Andare a vedere Sharon D. Clarke nei panni di Otello e scoprire che trasformare il Moro in una donna nera e lesbica rende più feroce il tema della gelosia e del potere. Oppure accorgerci che il cambiamento climatico non c'entra assolutamente nulla con il Bardo, che la misogynoir è malamente appiccicata al testo e che, a fine spettacolo, vorremmo indietro i soldi del biglietto. Tutto può essere, ma almeno lasciamo che il sipario si alzi.
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