Il suo ultimo libro, Laggiù la gioventù, stabilisce il grado di parentela con Ludovico Ariosto: due che sanno rendere nuovo il vecchio
Certe parole in certi periodi storici spopolano, corrono di bocca in bocca e di pagina in pagina, per poi diventare impronunciabili appena muta lo spirito dell’epoca. Una di queste parole è l’aggettivo borghese, che mezzo secolo fa era una delle chiavi di interpretazione della realtà (e dell’arte) maggiormente in voga, una parola che a sinistra tanti adoperavano in modo compulsivo e che d’un tratto – caduto il Muro di Berlino – è stata rimossa.
Solo a un impunito culturale come Pasquale Panella poteva riuscire l’impresa di infarcire un libro con le parole borghese, borghesia, borghesemente, risultando persuasivo e poetico. In “Laggiù la gioventù”, la sua nuova opera pubblicata esclusivamente in versione ebook da Spedizioni, con la scusa di ripescare negli archivi personali una inedita sceneggiatura che cerca di fare del cinema in prosa, Panella ci propone molte belle pagine che viaggiano nella propria giovinezza, scritte nel suo inconfondibile stile funambolico ma con un tono più emotivamente partecipato del solito (pagine presentate come degli “a parte” rispetto all’azione narrativa, mentre sono la vera polpa del libro).
In “Laggiù la gioventù” Pasquale Panella rievoca appassionate scene amorose e contrasti verbali sulla lotta di classe fatta con classe: «Mi dispiace, e mi dispiace che faccia anche rima (ossia poesia): l’ideologia l’ho vista spesso realizzata in parodia».
Pasquale Panella riesce a parlare con leggerezza di temi tanto ostici perché è del tutto privo di gravitas. La sua leggerezza e la sua sconsideratezza hanno qualcosa di ariostesco. Si pensi ai visionari versi della canzone “La sposa occidentale” di Lucio Battisti: «Se tu ti vesti io sul tuo balcone / Faccio calare in forma d’indumenti / Tutti i paracaduti ed un tendone bianco da sceicco / E la sua scimitarra per fermaglio / Ed è più facile a dirsi che a dimostrarlo falso / E infatti te lo dico perché non basta il pensiero».
Tra i grandi poeti della tradizione italiana, è Ludovico Ariosto quello a Panella più affine. Me ne sono convinto leggendo il saggio di Mauro Di Ruvo “Orlando Furioso. Una perenne fuga dell’Armonia nella Follia” (Edizioni Helicon, 2025). Nel saggio non si fa menzione di Panella, ma le opere dei due poeti sono attraversate dalle medesime tensioni dialettiche: tra armonia e follia, tra costruzione e autodissoluzione, tra tradizione e trasgressione.
Nel suo interessante studio Mauro Di Ruvo ci mostra come, a livello artistico, vecchio e nuovo camminino a braccetto: non solo perché il nuovo è sempre una riedizione del vecchio, ma perché il vecchio ha la capacità di manifestarsi perennemente nuovo. Pasquale Panella lo sa bene e infatti in “Laggiù la gioventù” gioca con il nostro recente passato, riuscendo a resuscitarne alcune parole rimosse.
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