L'ANGOLO DEI BLOGGER. Un rito poco conosciuto eppure è una delle “cerimonie” più antiche d’Europa e in questi giorni ci porta a scoprire il magnifico borgo di Castelsaraceno, dove ogni anno a giugno si tiene la Festa della ‘Ndenna, che celebra questa affascinante unione arborea
Matrimonio fra alberi, un rito poco conosciuto eppure è una delle “cerimonie” più antiche d’Europa e in questi giorni ci porta a scoprire e a raccontare un borgo magnifico della Basilicata: Castelsaraceno dove ogni anno a giugno si tiene la Festa della ‘Ndenna, che celebra questa affascinante unione arborea, tradizione viva tuttora nel patrimonio culturale europeo. Nelle prime tre domeniche di giugno, il borgo di Castelsaraceno (PZ) in Basilicata si ferma. Si ferma nel senso più fisico del termine: uomini, donne, anziani e bambini abbandonano le case, scendono in piazza o salgono nei boschi, e insieme rimettono in scena uno dei rituali più intatti e incredibili d’Italia: il 7, il 14 e il 21 giugno.
Le radici di questa tradizione affondano in un passato remoto, difficile da datare con precisione ma riconducibile al substrato di culti arborei diffusi in tutta Europa, dall'India alla Scandinavia, dalla Britannia all'arco appenninico. Gli antropologi che hanno studiato i riti lucani — da Wilhelm Mannhardt a James George Frazer, da Mircea Eliade a Giovanni Battista Bronzini — concordano nel collocare questi rituali all’interno di un sistema di credenze precristiane legate al ciclo della vegetazione, al culto della fertilità e al principio magico-religioso dello “spirito fecondatore della natura”. Frazer, nel suo monumentale Il ramo d’oro (1890), descriveva come in molte culture europee il rito dell'albero di maggio avesse lo scopo di portare nel villaggio lo spirito della vegetazione risvegliatosi in primavera: abbattere l'albero e innalzarlo nel centro abitato era un modo per convogliare quella forza generatrice verso le case, i campi, il bestiame e la comunità. Mannhardt, prima di lui, aveva individuato nelle tribù germaniche la medesima credenza nell’anima degli alberi e nella sua capacità di trasferirsi agli esseri umani che partecipavano ai riti. Mircea Eliade aggiunse la dimensione cosmica: innalzare l’albero riattualizza l’atto della creazione e della resurrezione del ciclo naturale. In Basilicata, le testimonianze più antiche documentabili risalgono all’arrivo dei Longobardi nell’area di Accettura (intorno al 700 d.C.), che portarono con sé pratiche rituali arboree da innestare sul substrato precedente. Ma gli studiosi avvertono che questo è solo il primo strato storico documentabile: il substrato simbolico è molto più antico, radicato nella venerazione della Grande Dea — la terra, la madre, la fecondità — le cui tracce si ritrovano già nelle cosiddette “Veneri” paleolitiche.
Con il Cristianesimo il rito non scomparve, si adattò. In quasi tutti gli otto comuni lucani dei riti arborei, il protagonista religioso divenne il santo patrono locale: a Castelsaraceno è Sant’Antonio da Padova. La processione in onore del santo e il trasporto rituale degli alberi si svolsero fianco a fianco, in un sincretismo che non tolse nulla alla forza simbolica del rituale originario. Ma ecco il cuore del “matrimonio arboreo” e i protagonsti di questa unione simbolica tra la ‘Ndenna, un grande faggio scelto nel Bosco Favino ai piedi del Monte Alpi, e la Cunocchia, un giovane pino proveniente dal Monte Armizzone. Lui è lo sposo — alto, dritto, maestoso. Lei è la sposa — giovane, dalla chioma rigogliosa. Alla fine della terza domenica, i due alberi vengono congiunti con un anello di ferro e innalzati al centro della piazzetta di Sant'Antonio, dove resteranno eretti per tutta l’estate, fino a ottobre.
La prima domenica, il prossimo 7 giugno, è dedicata allo sposo. Dopo la funzione religiosa, un gruppo di uomini raggiunge il Bosco Favino, sul Monte Alpi, per procedere all’abbattimento del faggio destinato a diventare la 'Ndenna: deve essere il più alto, dritto e imponente del bosco, il più adatto a incarnare la figura dello sposo. La scelta non è casuale né tecnica — è un gesto carico di responsabilità collettiva. Nello stesso momento vengono abbattute anche le proffiche, faggi più piccoli che serviranno come leve nella fase finale dell'innalzamento. Viene sorteggiato il bovaro che guiderà la coppia di buoi nel trasporto trionfale verso il paese: un ruolo onorifico, molto sentito dalla comunità. Una volta sfrondata, la 'Ndenna viene trascinata fino alla strada a forza di braccia con l'aiuto delle pannodde — grossi bastoni usati come appoggio e leva. Lungo il percorso si consumano soste conviviali con pane, salumi, formaggi locali e vino: la fatica diventa rituale di socialità. Poi i trattori la portano alle porte del paese, dove i buoi la prendono in consegna per condurla in corteo fino alla piazzetta di Sant'Antonio, tra canti tradizionali e l'entusiasmo della folla. L’albero viene adagiato in piazza, dove attende la sua sposa. La seconda domenica (14 giugno), è dedicata alla sposa: sul Monte Armizzone viene scelto il pino destinato a diventare la Cunocchia: giovane, dalla chioma ricca e viva. Il taglio avviene in atmosfera di festa, con zampogne, canti popolari e strumenti tradizionali che accompagnano la squadra di boscaioli. L’albero viene pulito e accuratamente legato dagli anziani, che proteggono ogni ramo per il trasporto.
A differenza della ‘Ndenna, la Cunocchia non viene affidata ai buoi: viene portata a spalla dai giovani del paese, che la portano giù dalla montagna con forza ma con la massima attenzione. “La sposa deve arrivare intatta al cospetto del suo sposo”: è uno dei precetti orali più ripetuti dagli anziani ai più giovani, un passaggio esplicito di sapere intergenerazionale. Infine, la terza domenica è il giorno del matrimonio (21 giugno). Da alcuni anni, l’unione tra la ‘Ndenna e la Cunocchia avviene il giorno prima dell’innalzamento (quest'anno sabato 20 giugno), e non la domenica mattina. Ai rami della Cunocchia vengono legate le tacche, cartellini di legno associati a premi. Al mattino si svolge la processione solenne in onore di Sant'Antonio, con il simulacro del santo portato per le vie del paese tra banda musicale, confraternite e fedeli. E dopo la processione, l’albero unito viene innalzato: le proffiche vengono disposte a cavalletto, i gruppi coordinati di uomini tirano le corde seguendo i comandi degli esperti. È uno dei momenti di maggiore tensione collettiva della festa, con tutta la comunità che incita, canta, trattiene il respiro finché la ‘Ndenna non si erge verticale al centro della piazza. Una volta stabilizzata, i più coraggiosi si cimentano nella scalata a mani nude: chi riesce a raggiungere per primo la cima conquista le tacche con i premi, tra il boato della folla. Tutt’intorno un territorio di sapori, genti, saperi che fanno innamorare. Al di là del matrimonio.
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