L'ANGOLO DEI BLOGGER. C'è qualcosa di prezioso in questa trasformazione silenziosa: il fatto che molti padri stiano riscoprendo la cura non come peso aggiuntivo, ma come fonte di senso
Qualcosa si muove, con la discrezione delle cose che cambiano davvero. Non nelle dichiarazioni pubbliche né nei dibattiti televisivi, ma nella quotidianità silenziosa delle case: un padre che accompagna il figlio a scuola, che resta sveglio a fare i compiti, che chiede il congedo parentale. Sono gesti ancora minoritari, spesso guardati con stupore. Eppure stanno ridisegnando, lentamente, il profilo della famiglia italiana.
L'ultimo rapporto di Save the Children sulla paternità, pubblicato in occasione della Festa del Papà, restituisce un'immagine in chiaroscuro. Nel 2024 quasi due padri lavoratori dipendenti su tre hanno utilizzato il congedo di paternità obbligatorio, con un tasso più che triplicato nell'arco di un decennio. È un segnale di cambiamento culturale autentico: la disponibilità a fermarsi, a stare, ad essere presenti nel momento più delicato della vita di un bambino, non è più vissuta come una concessione bensì come un diritto e sempre più come un bisogno.
Eppure, se si guarda più da vicino, il quadro si complica. Sul fronte del congedo parentale, quello facoltativo, più lungo, che richiederebbe una scelta attiva e continuativa, la disparità rimane enorme: le donne hanno usufruito nel 2024 di oltre quindici milioni di giornate, gli uomini di poco meno di tre milioni. Non è una questione di volontà individuale: è la fotografia di un sistema che, nonostante i progressi normativi recenti, non ha ancora rimosso gli ostacoli strutturali che rendono difficile per i padri prendersi cura in modo continuativo dei propri figli.
Per generazioni, il padre è stato costruito socialmente come figura della distanza: presente nel senso del sostentamento, assente nel senso della cura quotidiana. Non si trattava di una scelta individuale, ma di un ruolo che il sistema, economico, normativo, simbolico, aveva plasmato con precisione. Quel modello non corrisponde più all'esperienza vissuta da moltissimi uomini, ma continua a sopravvivere nelle aspettative implicite dei luoghi di lavoro, in certi pregiudizi che ancora leggono la paternità attiva come una curiosità o un eccesso, e persino in alcuni servizi educativi dove la presenza dei padri è ancora guardata con una certa sorpresa. I padri stanno costruendo un modello quasi per la prima volta, spesso senza mappe e senza reti adeguate di supporto alla genitorialità. La disponibilità a fermarsi, a stare, a essere presenti non è più vissuta come una concessione bensì come un diritto e sempre più come un bisogno.
Vale la pena chiedersi: perché questa trasformazione ci riguarda dal punto di vista psicopedagogico? Perché non si tratta soltanto di una questione di equità di genere, pure fondamentale, ma di qualcosa che tocca direttamente la qualità dello sviluppo dei bambini. Le evidenze delle ricerche sul tema sono convergenti: il coinvolgimento attivo dei padri nei primi anni di vita è associato a migliori competenze di regolazione emotiva, a un più solido sviluppo cognitivo, a un senso di sicurezza interiore che accompagna i figli ben oltre l'infanzia. Non è un dettaglio: è uno dei fattori di protezione più robusti che conosciamo.
Ma c'è un'altra dimensione, meno esplorata, che merita attenzione. I padri italiani che si raccontano nelle ricerche più recenti mostrano una nuova consapevolezza della complessità del loro ruolo: il 40% dichiara di faticare a trovare un equilibrio tra lavoro e famiglia, una percentuale in costante crescita negli ultimi tre anni. Non è una lamentela: è la voce di uomini che si stanno misurando con un modello di paternità che non hanno ricevuto in eredità, che stanno elaborando nei gesti che esprimono nuove tonalità emotive.
Qui si apre un nodo culturale che le trasformazioni positive del nostro tempo non possono eludere.
La sfida profonda è costruire un contesto in cui la cura paterna sia riconosciuta come valore, non come eccezione. Significa formare educatori e operatori dei servizi per l'infanzia capaci di includere i padri come interlocutori ordinari, non come ospiti occasionali. Significa pensare politiche aziendali che non penalizzino chi sceglie di usare il congedo. Significa, soprattutto, offrire ai padri spazi condivisi in cui elaborare il proprio modo di stare in relazione con i figli, senza doversi per forza conformare a un modello materno né a quello paterno obsoleto.
C'è qualcosa di prezioso in questa trasformazione silenziosa: il fatto che molti padri stiano riscoprendo la cura non come peso aggiuntivo, ma come fonte di senso. Stare con un figlio, condividere il tempo lento del pranzo, leggere una storia prima di dormire, essere presenti nel momento del pianto, non è un compito accessorio. È una delle esperienze più formative che un essere umano possa fare. Non solo per il bambino: anche per sé, come padre.
In questo senso, la rivoluzione silenziosa della paternità non riguarda soltanto le famiglie. Riguarda il modo in cui una società concepisce la cura, la responsabilità, la prossimità. E riguarda, inevitabilmente, anche la scuola: perché i padri che oggi cambiano la quotidianità domestica sono gli stessi che domani potrebbero essere più presenti nei colloqui, nelle assemblee. Non come ascoltatori distratti, ma come co-protagonisti.
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