Il presidente avrebbe voluto vietare il diritto di cittadinanza, lo ius soli, ai figli di immigrati irregolari
Luca Veronese
La Corte Suprema americana ha bocciato Donald Trump sul diritto di cittadinanza per nascita, il cosiddetto ius soli. Invalidando uno dei cardini della stretta contro i migranti dell’amministrazione repubblicana. «La cittadinanza per diritto di nascita è un male per il nostro Paese», ha commentato, con rabbia, il presidente americano sui social, elogiando «la Cina che non ce l’ha», e chiedendo al Congresso di «rimediare con una legge», «per porre fine a una pratica costosa e ingiusta per il Paese».
Ieri i giudici, con una decisione a maggioranza per niente scontata, hanno confermato il diritto costituzionale ad acquisire la cittadinanza americana quando si nasce sul territorio degli Stati Uniti. Hanno così annullato l’ordine esecutivo con il quale Trump aveva negato il diritto di cittadinanza ai figli di immigrati non in regola o anche non residenti in modo permanente nel Paese. La Corte ha invece chiarito che chi nasce sul territorio degli Stati Uniti è comunque un cittadino americano. Per la seconda volta in un anno la Corte ha così scelto di respingere un’iniziativa fondamentale per l’agenda di Trump e per il consenso della base elettorale della destra populista: a febbraio i giudici avevano infatti annullato i dazi globali sul commercio introdotti dall’amministrazione repubblicana.
Sulla cittadinanza, la Corte ha affermato ieri che l’ordine esecutivo emesso da Trump, poche ore dopo essere tornato alla Casa Bianca, non è compatibile con il 14° Emendamento della Costituzione, garanzia da oltre un secolo per (praticamente) chiunque nasca sul suolo statunitense. La vicenda legale ha messo alla prova il significato stesso di essere americano: l’ordine di Trump - secondo le analisi del Pew Research Center - avrebbe colpito almeno 260mila bambini che ogni anno nascono negli Stati Uniti, senza avere entrambi i genitori residenti in modo permanente nel Paese.
Il 14° Emendamento, ratificato nel 1868 all’indomani della Guerra Civile, garantisce la cittadinanza a chiunque nasca negli Usa. Una linea confermata dalla corte Suprema successivamente in una sentenza del 1898.
«La cittadinanza, un tempo come oggi, è il diritto di avere diritti, di partecipare liberamente alla nostra comunità politica», ha scritto nelle motivazioni della sentenza il presidente della Corte Suprema John Roberts. «I redattori del 14° Emendamento estesero questa promessa a ogni persona nata libera in questo Paese. Noi manteniamo questa promessa ancora oggi: i bambini nati negli Stati Uniti da genitori illegalmente o temporaneamente presenti sono soggetti alla giurisdizione degli Stati Uniti e sono cittadini alla nascita».
Roberts si è unito alla maggioranza formata dai tre giudici dell’ala progressista – Sonia Sotomayor, Elena Kagan e Ketanji Brown Jackson – e dai due giudici conservatori Brett Kavanaugh e Amy Coney Barrett. Tre giudici conservatori — Clarence Thomas, Samuel Alito e Neil Gorsuch — hanno invece espresso parere contrario alla decisione e quindi favorevole alla stretta di Trump sullo ius soli. A portare la vicenda di fronte alla Corte Suprema era stata una causa collettiva intentata nel New Hampshire da genitori e figli la cui cittadinanza era minacciata dall’ordine di Trump. Roberts ha affermato che vi erano «scarse prove» a sostegno della «visione drasticamente revisionista» dell’amministrazione Trump sul 14° Emendamento.
In altre due decisioni minori la Corte ha dato ragione a Trump. Ha infatti confermato i divieti imposti da alcuni Stati per gli atleti transgender nelle gare sportive femminili. E ha cancellato - come chiesto dai repubblicani - i tetti alle spese dei partiti politici nelle campagne elettorali.
Ma è la cittadinanza per nascita negli Usa a fare infuriare Trump. Nelle scorse settimane The Donald l’aveva definita «una cosa da idioti», «un favore ai cartelli della droga», «una pratica da Paese stupido che non funziona». Ieri si è voluto congratulare con «il presidente Xi e con la grande nazione della Cina per la loro enorme vittoria sul diritto di nascita!», mentre Stephen Miller, regista della politica contro l’immigrazione del governo, ha affermato che quella della Corte è «una decisione distruttiva e scioccante».
Trump ha annunciato che la vicenda verrà ora spostata al Congresso. Resta da capire quanti esponenti repubblicani saranno disposti a seguirlo in una battaglia che sembra contraddire la natura stessa degli Stati Uniti.