Dall’arrivo dell’Intelligenza Artificiale nella quotidianità delle persone, è ormai un’esperienza quotidiana leggere e sentire dire che, sì, è uno strumento utile, ma che a lungo andare lascerà molta parte dei lavoratori disoccupati. La narrazione è già scritta: robot infallibili e […]
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Dall’arrivo dell’Intelligenza Artificiale nella quotidianità delle persone, è ormai un’esperienza quotidiana leggere e sentire dire che, sì, è uno strumento utile, ma che a lungo andare lascerà molta parte dei lavoratori disoccupati. La narrazione è già scritta: robot infallibili e software super potenti pronti a rubarci la scrivania, lasciandoci a casa. Eppure, le cose potrebbero prendere una piega decisamente diversa e inaspettata.

Se, infatti, si entra nei corridoi delle aziende che l’intelligenza artificiale la usano davvero, si scopre che le stanze non si stanno svuotando. Al contrario, si riempiono di volti nuovi, soprattutto giovani. Quindi, cosa sta succedendo di diverso che cambia la prospettiva? Il segreto è una nuova dinamica economica: chi impara a delegare alle macchine i compiti più noiosi e ripetitivi, improvvisamente si ritrova con il tempo e le risorse per sognare più in grande, per inventare nuovi progetti e, di conseguenza, per assumere.
A scardinare i timori sono i dati, quelli che non si basano sulle paure, ma sui movimenti dei conti correnti e dei contratti di lavoro, di un recente studio di Ramp Economics Lab, il dipartimento di ricerca di una grande piattaforma finanziaria americana che gestisce le spese di oltre settantamila imprese, insieme a Revelio Labs, società che analizza i dati sull’occupazione mondiale monitorando milioni di profili professionali e annunci di lavoro, che ha analizzato oltre ventuno mila aziende.
Mentre i timori collettivi vedono le frontiere del lavoro chiudersi per le nuove generazioni, i dati sui contratti d’ingresso suggerirebbero qualcosa di diverso. (Foto Getty)
Il risultato è davvero molto interessante: le realtà che investono seriamente in tecnologia hanno visto crescere il proprio personale del dieci per cento in due anni. La vera sorpresa riguarda le posizioni d’ingresso, quelle dedicate a chi ha appena finito gli studi o vuole cambiare vita, aumentate del dodici per cento. L’algoritmo, insomma, non licenzia i giovani, ma crea lo spazio per accoglierli.
Una precisazione, però, va fatta: quando si parla di aziende che “investono strutturalmente e seriamente”, il report non si riferisce a chi si limita a comprare un abbonamento mensile alla AI preferita, ma si riferisce al fatto che la tecnologia viene inserita direttamente nel budget principale dell’impresa, modificandone la strategia. Le aziende che registrano una crescita dell’organico sono quelle che finanziano lo sviluppo di sistemi personalizzati, che acquistano licenze software su larga scala per tutti i reparti e, soprattutto, che spendono risorse per formare il proprio personale a usare questi nuovi strumenti di lavoro.
Lo studio di Ramp Economics Lab non è un caso isolato. Allargando lo sguardo oltreoceano, la tendenza viene confermata dal Global Ai jobs barometer, un report curato dalla multinazionale di consulenza PwC che ha setacciato ben un miliardo di annunci di lavoro in tutto il mondo, riscontrando che le aziende che hanno integrato i nuovi sistemi hanno aumentato i dipendenti di oltre la metà rispetto a qualche anno fa, ma hanno anche registrato un balzo della produttività. Il punto di svolta ideale, tuttavia, lo ha fotografato il World economic forum insieme a LinkedIn.
Monitorando i flussi della piattaforma della community professionale, è emerso che i rallentamenti nelle assunzioni globali dipendono dall’instabilità della politica e dai tassi d’interesse, non dall’innovazione. Anzi, i nuovi strumenti hanno già creato più di un milione di posti di lavoro diretti nel mondo. Anche in Italia, secondo i dati della società di analisi finanziaria S&P Global, l’impatto sul mercato sarebbe positivo, tradotto in una richiesta sempre più forte di figure nei settori del marketing, del design e della gestione dei dati.
La sfida del futuro, sempre leggendo questi dati, non sembra quindi essere una lotta tra l’umanità e i computer. A rischiare il posto, infatti, non sono le persone che usano la tecnologia, ma le aziende che scelgono di ignorarla, rimanendo ancorate a vecchi modelli organizzativi. Saper usare questi strumenti non solo per profitto, ma con intelligenza ed empatia, infatti, potrebbe diventare la chiave per liberare il tempo, valorizzando finalmente il talento in modo da costruire carriere più gratificanti.
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