Investitori selettivi verso i tech, puniti solo gli utili poco chiari e i debiti eccessivi. Europa ai margini del fenomeno Ai e limitata dalla rigidità del modello sociale che condiziona la tenuta dei conti pubblici.
«Non siamo di fronte a una bolla speculativa. Trovo anzi che i mercati si comportino in modo razionale, a differenza di quanto avvenuto nel 2000, e stiano semplicemente diventando selettivi nei confronti dell’Ai: puniscono le società con utili poco chiari e debito eccessivo». Michael Strobaek non è la persona che si scompone di fronte alla volatilità mostrata dai mercati azionari nelle ultime settimane. Agli occhi del responsabile globale degli investimenti di Lombard Odier, i dubbi sulla sostenibilità delle valutazioni legate all’intelligenza artificiale, così come le incertezze sull’evoluzione dei tassi d’interesse e sui deficit pubblici in forte crescita che sono all’origine delle correzioni, appaiono anzi «del tutto ragionevoli» e rappresentano semmai un segnale di maturità: uno scetticismo diffuso che permea gli operatori e agisce da cuscinetto contro comportamenti irrazionali.
Domande di approfondimento generate da 24Ore AIAi e profitti reali: perché non siamo di fronte a una bollaAlla base del ragionamento, l’idea che il rialzo possa contare su basi solide e i prezzi si siano mossi in un’unica direzione fondamentalmente perché trainati da una crescita reale e concreta dei profitti aziendali nel settore della tecnologia e dell’Ai. «Non c’è alcuna euforia cieca - conferma Strobaek - e gli investitori dimostrano al contrario disciplina e razionalità: le aziende che presentano utili poco trasparenti o un indebitamento eccessivo finiscono per essere punite». Questo marca essenzialmente la differenza con l’esempio passato delle dot.com, anche se le dinamiche continuano a essere piuttosto sbilanciate, visto che la capacità di generare profitti miliardari resta in gran parte concentrata negli Stati Uniti. «I grandi gruppi come Microsoft, Apple e Alphabet - riconosce l’esperto del gruppo bancario privato svizzero - dispongono della liquidità, delle dimensioni e della base clienti necessarie per monetizzare gli enormi investimenti effettuati e per questa ragione la rivalutazione del settore tech trova un riscontro diretto nei fondamentali societari».
Il ritardo dell’Europa: vulnerabilità sociali e bilanci pubbliciL’Europa rimane invece ai margini del fenomeno e il fatto di non esprimere grandi aziende capaci di produrre profitti su vasta scala nel settore tecnologico rappresenta un limite strutturale, oltre a creare una grave vulnerabilità. «L’Ai avanza a velocità elevatissima, costringe alla riconversione o espone a una potenziale perdita del posto di lavoro milioni di persone» avverte Strobaek, sottolineando in questo modo un elemento di criticità spesso sottovalutato: «L’impatto dell’automazione sul mondo del lavoro - aggiunge - rappresenta una minaccia diretta alla tenuta dei bilanci pubblici, proprio perché nei Paesi europei la sostanza delle entrate fiscali si fonda principalmente sulle imposte derivanti dal lavoro dipendente».
La questione colpisce in modo diretto Paesi come Italia, Francia e Germania, attualmente privi di una strategia politica definita per gestire le conseguenze dell’Ai sull’occupazione e sul gettito fiscale. A questo si somma la rigidità di un modello sociale che stenta a mettersi al passo coi tempi: «In Europa - spiega Strobaek - si continua a discutere di orari di lavoro ridotti a 35 ore o di pensionamenti anticipati a 61 o 62 anni, dinamiche che vanno nella direzione esattamente opposta rispetto alla produttività richiesta dall’accelerazione tecnologica che si vede a livello globale».
Strategie di portafoglio: riposizionamento su Usa e tassiLe divergenze fra i due Continenti contribuiscono a riorientare le scelte di portafoglio di Lombard Odier, che mantiene un atteggiamento di sovrappeso sulle azioni globali, applicando però allo stesso tempo un riposizionamento geografico. «Abbiamo recentemente ridotto la quota di azioni europee per acquistare azioni statunitensi, poiché le loro valutazioni sono divenute più interessanti» specifica Strobaek, che sul fronte obbligazionario tende a escludere imminenti crisi del debito, nonostante la deriva delle finanze pubbliche. La prospettiva di un rientro graduale dell’inflazione e le attese per al massimo un solo ulteriore rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve nella riunione di dicembre (contro i tre attualmente scontati dal mercato da qui a un anno) lo spingono infine a ipotizzare un riposizionamento dei rendimenti dei Treasury decennali «poco al di sotto del 5% nell’arco dei prossimi 12 mesi».
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