La premier non intende sbloccare gli adeguamenti retributivi imposti dalle sentenze del Consiglio di Stato. In ballo fino a 100mila euro lordi a testa tra arretrati e aumenti. Palazzo Chigi: una cifra dieci volte superiore alle risorse cercate per gli autotrasportatori
Giorgia Meloni non intende firmare il Dpcm che sbloccherebbe quasi un miliardo di euro di aumenti e arretrati per i magistrati. Lo confermano fonti di Palazzo Chigi all'Ansa, spiegando che la presidente del Consiglio considera la cifra incompatibile con le priorità del momento. Un miliardo, sottolineano, equivale a circa dieci volte le risorse che il governo sta cercando per affrontare la crisi dell'autotrasporto, con il rischio di blocchi nella consegna delle merci. La premier si dice comunque pronta ad ascoltare l'Associazione nazionale magistrati, convinta che la maggior parte delle toghe comprenda la situazione.
Ma da dove nasce il miliardo conteso? Non si tratta di un aumento discrezionale deciso dal governo. Come ricostruito dal Sole 24 Ore, la questione deriva da alcune sentenze del Consiglio di Stato che hanno giudicato illegittimo il metodo utilizzato per calcolare gli adeguamenti degli stipendi dei magistrati.
A differenza di molti dipendenti pubblici, le toghe non contrattano periodicamente la retribuzione. Gli stipendi vengono aggiornati attraverso un meccanismo automatico che tiene conto degli incrementi economici del pubblico impiego.
Nel luglio 2025 il Consiglio di Stato, con le sentenze 6003 e 6004, ha stabilito che il Dpcm del 2021 relativo al triennio 2018-2020 utilizzava criteri sbagliati: escludeva alcune componenti accessorie delle retribuzioni, non considerava tutte le categorie di dipendenti pubblici e applicava una media ponderata anziché aritmetica. Da qui l'obbligo di rifare i calcoli e riconoscere gli eventuali arretrati.
Secondo la ricostruzione del Sole 24 Ore, ripresa da Ansa e Adnkronos, per circa 11mila magistrati la spesa ammonterebbe a 970 milioni. Le stime indicano oltre 70mila euro lordi di arretrati una tantum a testa e circa 20mila euro annui di aumento strutturale, con importi differenti in base alla posizione e all'anzianità.
Nel Documento programmatico di bilancio per il 2027 è previsto un fondo sentenze da 1,9 miliardi di euro, del quale circa metà dovrebbe essere destinata proprio agli adeguamenti delle toghe.
La scelta di Meloni apre così una questione delicata: il governo può rinviare la firma del decreto, ma deve confrontarsi con pronunce della giustizia amministrativa che impongono di correggere i conteggi. Il nodo, dunque, non è soltanto politico o finanziario. Riguarda anche i tempi e le modalità con cui lo Stato deve dare esecuzione alle sentenze.