Per anni, in sanità, il vincolo è stato il denaro. Oggi lo è anche il tempo delle persone, e i dati lo mostrano: nel 2024 il 9,9% degli italiani ha...

Per anni, in sanità, il vincolo è stato il denaro. Oggi lo è anche il tempo delle persone, e i dati lo mostrano: nel 2024 il 9,9% degli italiani ha rinunciato a una prestazione sanitaria di cui aveva bisogno, e la ragione più frequente non sono stati i costi ma le attese troppo lunghe (Istat, Rapporto annuale 2025).
Domande di approfondimento generate da 24Ore AIOgni volta che una cura consente di guadagnare tempo, quel tempo diventa valore. Per il paziente, che può recuperare giornate da dedicare alla propria vita quotidiana; per il caregiver, che può ridurre le ore destinate all’assistenza; per la struttura sanitaria, che può liberare risorse e capacità di cura; per il sistema nel suo complesso, che può migliorare l’organizzazione dei servizi e l’impiego delle risorse disponibili.
Eppure, nella valutazione dell’innovazione sanitaria, il tempo rimane spesso una dimensione implicita, subordinata agli esiti clinici e agli indicatori economici tradizionali. È una prospettiva che merita di essere ripensata, soprattutto in un contesto in cui la sostenibilità dei sistemi sanitari dipende non soltanto dalle risorse finanziarie, ma anche dalla capacità di organizzare e utilizzare al meglio il tempo di professionisti, pazienti e familiari. Il tempo, infatti, non è una risorsa accessoria rispetto alla cura. È una componente della sua qualità e, sempre più, una dimensione attraverso cui misurare il valore dell’innovazione.
Di questi temi si è discusso recentemente a Bologna, in occasione dell’incontro stampa «Lma un futuro presente - Come l’innovazione trasforma la gestione della leucemia mieloide acuta», ospitato a Palazzo Pepoli.
Il valore delle cureSe il tempo, dunque, diventa una dimensione della qualità della cura, cambia anche il modo in cui valutiamo l’innovazione. Accanto agli esiti clinici, occorre considerare il tempo richiesto dai percorsi assistenziali, le risorse impiegate e il carico organizzativo sostenuto da pazienti, caregiver e sistema sanitario.
È la prospettiva della Value-Based Healthcare, che pone al centro il valore generato per il paziente in rapporto alle risorse impiegate.
In quest’ottica, il tempo può essere letto attraverso cinque dimensioni: la capacità assistenziale liberata, quando la riduzione di ricoveri e accessi rende disponibili risorse per altri pazienti; il tempo del paziente, sottratto a spostamenti, attese e procedure e potenzialmente restituito alla vita quotidiana; il tempo del caregiver, spesso impegnato in attività di assistenza non retribuita, una condizione che in Italia riguarda 12,3 milioni di adulti, quasi un terzo dei quali per più di venti ore a settimana (Istat, 2026); il tempo che precede l’accesso alla terapia, dalla diagnosi all’inizio del trattamento e dall’approvazione di una nuova cura alla sua effettiva disponibilità; infine, il tempo in buona salute, espresso in anni di vita guadagnati e in anni vissuti senza disabilità.
Su quest’ultima dimensione vale la pena una precisazione. Il valore assoluto di un anno di vita in buona salute resta ineffabile, mentre è possibile dichiarare quanto si è disposti a pagarlo: è la soglia di disponibilità a pagare impiegata nelle valutazioni economiche, e la stima varia. Nel Regno Unito il NICE la rende esplicita e la modula: la soglia di riferimento è salita ad aprile 2026 da 20.000-30.000 a 25.000-35.000 sterline per anno di vita in buona salute, con un peso fino a 1,7 volte per le condizioni più gravi. In Italia una soglia dichiarata non esiste; il riferimento accademico più citato resta l’intervallo 25.000-40.000 euro, mentre le analisi in ambito oncologico adottano abitualmente valori più alti, fino a 80.000 euro per anno di vita in buona salute. La stessa unità di misura può quindi valere cifre molto diverse a seconda del contesto, e la scelta di quale adottare pesa quanto la misura stessa.
Queste prospettive mostrano come il valore di una cura non possa essere ricondotto esclusivamente alla sua efficacia clinica o al suo costo diretto. Il tempo restituito al paziente, alla famiglia e al sistema sanitario rappresenta un beneficio che merita di essere identificato, misurato e considerato nelle decisioni.
Dalla misurazione alla decisioneGli strumenti per misurare il valore del tempo in sanità esistono da decenni. La sfida è tradurre i risultati delle analisi in decisioni concrete: la negoziazione del prezzo di una terapia e l’allocazione dei budget sono i due momenti in cui quella misura o conta, o resta sulla carta.
Le raccomandazioni del Second Panel on Cost-Effectiveness in Health and Medicine, il gruppo che nel 2016 ha aggiornato gli standard internazionali delle valutazioni economiche in sanità, indicano la necessità di affiancare alla prospettiva del sistema sanitario quella sociale, considerando anche gli effetti che ricadono sui pazienti e sui caregiver. Nella pratica, tuttavia, questi elementi possono rimanere marginali rispetto agli indicatori tradizionali.
Il tempo è una risorsa limitata per tutti: per i professionisti, chiamati a rispondere a una domanda crescente; per i pazienti, che devono conciliare le cure con la propria vita; per i familiari, che sostengono una parte significativa del carico assistenziale.
Una terapia che riduce il tempo necessario per la gestione della malattia può generare benefici su tutti questi livelli. Per renderli visibili, è necessario integrarli nella valutazione economica e organizzativa dell’innovazione. Anche il tempo, infatti, può contribuire a orientare le decisioni sull’impiego delle risorse e sulle priorità di investimento.
Quando il tempo diventa parte della curaLa leucemia mieloide acuta (LMA) rappresenta un esempio concreto di quanto il tempo possa incidere sull’esperienza di cura e sulla qualità della vita. In Italia, la patologia colpisce circa 3,5 persone ogni 100.000 abitanti all’anno (AIRC - I numeri del Cancro in Italia 2025) e interessa prevalentemente pazienti anziani e fragili, con un’età media alla diagnosi intorno ai 70 anni (AIRC - I numeri del Cancro in Italia 2025). Per queste persone il percorso terapeutico può rappresentare un carico rilevante, che si aggiunge alla complessità clinica della malattia.
Ospedalizzazioni, spostamenti, attese, procedure e tempi di recupero incidono sulla quotidianità dei pazienti e di chi li assiste. In oncologia questo fenomeno viene descritto con il concetto di time toxicity, la tossicità temporale delle cure: il tempo che il paziente deve dedicare a trattamenti, visite, ricoveri, spostamenti e attività legate alla gestione della malattia (Gupta, Eisenhauer e Booth, Journal of Clinical Oncology, 2022).
Questo tempo non è necessariamente tempo perso: può essere indispensabile per garantire efficacia e sicurezza delle cure. Ma rappresenta un impegno concreto per il paziente e per la famiglia. Per questo, quando clinicamente possibile, la sua riduzione può diventare un obiettivo rilevante nella progettazione dei percorsi assistenziali. Nel caso della LMA, significa considerare, accanto agli esiti clinici, anche le modalità di erogazione delle cure, la frequenza degli accessi ospedalieri, la durata delle degenze e il carico assistenziale sui familiari.
Ripensare la presa in carico per restituire tempoL’innovazione sanitaria non si esaurisce nella disponibilità di nuove terapie. Richiede anche una riflessione sull’organizzazione delle cure e sulla capacità dei modelli assistenziali di rispondere ai bisogni complessivi delle persone. Semplificare i percorsi, ridurre le attività assistenziali evitabili e migliorare l’organizzazione può contribuire a contenere il carico delle cure, liberare risorse e restituire tempo a pazienti e caregiver, senza compromettere qualità e sicurezza. Non tutte le ore sono però equivalenti e non ogni riduzione del tempo dedicato alle cure rappresenta automaticamente un beneficio. Il tempo deve essere valutato insieme agli esiti clinici, alla sicurezza dei trattamenti e alle esigenze individuali.
La sfida è integrare il tempo tra le dimensioni attraverso cui valutare il valore delle cure. Il valore di una terapia si misura anche nella possibilità di vivere meglio, preservare l’autonomia e rendere più sostenibile l’intero percorso assistenziale. Restituire tempo ai pazienti, alle famiglie e al sistema sanitario significa riconoscere una componente fondamentale della qualità e del valore dell’innovazione: finché resta una dimensione implicita, continueremo a viverne gli effetti senza però farla diventare una leva decisionale reale.
*Associate Professor of Practice della divisione Government, Health and Not for Profit di SDA Bocconi School of Management
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