Telefoni sequestrati, per impedire ogni comunicazione e lo streaming sui social. Ma anche telecamere distrutte, minacce di morte, percosse, insulti, addirittura scariche di taser, privazioni di...
Telefoni sequestrati, per impedire ogni comunicazione e lo streaming sui social. Ma anche telecamere distrutte, minacce di morte, percosse, insulti, addirittura scariche di taser, privazioni di acqua, cibo, sonno. E cure mediche negate. A subire le violenze, secondo la ricostruzione della Procura di Roma, sono stati gli attivisti della Global Sumud Flotilla partiti per due missioni verso Gaza, tra il settembre e l'ottobre 2025, e tra aprile e maggio 2026. Le vessazioni sarebbero iniziate dal momento dell'abbordaggio illegale in acque internazionali fino alla detenzione nelle carceri israeliane. Le accuse contestate dal procuratore Francesco Lo Voi e dai pm Stefano Opilio e Lucia Lotti sono pesantissime: tortura, sequestro di persona, lesioni, rapina, danneggiamento seguito da naufragio. Sotto inchiesta ci sono in tutto tredici persone, tra le quali due ministri del governo Netanyahu e i vertici militari israeliani. Oltre ai ministri della Difesa, Israel Katz, e della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben Gvir, sono stati indagati i componenti della catena di comando che hanno ordinato e gestito le operazioni.
Le indagini sono partite dagli esposti di cinquanta attivisti italiani. Tramite testimonianze, denunce, analisi tecniche e documentazione sanitaria, i carabinieri del reparto antiterrorismo del Ros hanno ricostruito violazioni e vere e proprie torture. Si parte con gli abbordaggi illegali e si arriva ai trattamenti degradanti, alle privazioni e alla negazione dei diritti di difesa e delle cure mediche. Per quanto riguarda gli abusi commessi in mare sono stati indagati il capo di Stato maggiore dell'Idf, generale Eyal Zamir, il vice ammiraglio David Saar Salama, il capo di Stato maggiore, generale Tal Politis, il colonnello Eldad Borochovich e il colonnello Eitan Paz, della base navale di Ashdod. Nella nota della Procura si legge che sono state ricostruite con precisione le «modalità esecutive e la dinamica degli abbordaggi navali, avvenuti in violazione del diritto internazionale marittimo al di fuori delle acque territoriali». Si tratta di un dato importante: le navi della Flotilla non erano in acque israeliane quando sono state fermate. Ma è stato solo l'inizio. Gli inquirenti parlano di «distruzione dei mezzi di comunicazione streaming e delle relative apparecchiature», e anche del «sequestro dei dispositivi elettronici» degli attivisti. Il passo successivo è stata la detenzione, con «soprusi sistematicamente patiti dai partecipanti».
Non ci sarebbero stati solo la privazione della libertà personale, l'«ammassamento e il trasporto verso il porto di Ashdod». Nel carcere di Ktzi'ot, dopo le identificazioni e le procedure amministrative, la situazione sarebbe peggiorata: «Sono state accertate a danno di numerosi partecipanti percosse, lesioni, minacce di morte, epiteti offensivi ed accuse di terrorismo», scrivono i pm. E sottolineano anche episodi di privazione del sonno, il «reiterato diniego di somministrazione di generi alimentari essenziali» e la «deliberata assenza di cure mediche, anche a fronte di evidenti necessità fisiche ed emergenze». A tutto questo si aggiungono anche le precarie condizioni ambientali e igienico-sanitarie imposte ai fermati. Ma gli abusi non sarebbero finiti. Secondo la ricostruzione della procura, gli attivisti sono stati lasciati senza assistenza legale ed è stato impedito loro di «comunicare tempestivamente con le rappresentanze diplomatiche o con i difensori durante l'intero periodo di fermo». I pm hanno ricostruito anche la catena di comando militare per le operazioni di terra: il capo della Polizia israeliana, Daniel Levy, il capo del servizio penitenziario israeliano, Kobi Yaakobi, il responsabile della polizia penitenziaria del carcere di Ktzi'ot, Menachen Bibas, il comandante dell'unità operativa d'intervento e di scorta dell'Ips, Assaf Zagori, il comandante del Magav, Berik Yitzchak. Con la seconda missione, avvenuta tra aprile e maggio 2026, i metodi usati dagli indagati sarebbero stati ancora più duri: percosse al buio, uso di taser, esplosione di proiettili di gomma contro gli attivisti.
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